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L'ultimo
bacio
It. 2000 |
| Regia |
| Gabriele
Muccino |
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| Interpreti |
| Stefano
Accorsi, Giovanna Mezzogiorno, Stefania Sandrelli,
Giorgio Pasotti, Claudio Santamaria, Marco Cocci,
Pierfrancesco Favino, Martina Stella, Luigi Diberti,
Sergio Castellitto |
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| Agrodolce
commedia corale sul rifiuto di crescere, la voglia di
fuggire (dalla routine e dalle responsabilità),
la paura di invecchiare, con 8 personaggi principali:
5 maschietti trentenni in crisi con loro stessi, fidanzate,
mogli, genitori; una 18enne in fiore (M. Stella); una
27enne romantica e grintosa (G. Mezzogiorno) e la di lei
madre (S. Sandrelli) che, stanca di un marito psicanalista
(L. Diberti), si illude di ricominciare con il remake
di un vecchio amore (S. Castellitto). Bravi attori (S.
Sandrelli e G. Mezzogiorno sopra tutti), impianto narrativo
agile e ben oliato e un G. Muccino al suo 3° film
che “sa girare” con disinvolto mestiere verniciando la
superficialità di fondo, la finta cattiveria, il
cinismo furbesco di chi sa compiacere il pubblico. Se
fosse attendibile a livello sociologico, questo ritratto
di una generazione di borghesi trentenni immaturi, narcisi,
irresponsabili, fragili e isterici, ci sarebbe da piangere.
Prodotto dalla Fandango di D. Procacci e dalla Medusa.
3 Nastri d'Argento: attrice non protagonista (S. Sandrelli),
montaggio (Claudio Di Mauro), canzone (Carmen Consoli).
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Sublimi
(I) segreti delle ya-ya sisters
Divine Secrets of the Ya-Ya Sisterhood
USA 2002 |
| Regia |
| Callie
Khouri |
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| Interpreti |
| Ellen
Burstyn, Sandra Bullock, Ashley Judd, Maggie Smith,
Fionnula Flanagan, Shirley Knight, James Garner,
Angus MacFadyen, Sarallen, Leslie Silva
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Alla
vigilia del debutto a Broadway, Siddalee (S. Bullock),
una giovane commediografa promettente, concede un'intervista
a un importante giornale dove dichiara di avere avuto
un'infanzia molfo infelice. La madre Vivi (E. Burstyn),
infuriata, tronca ogni rapporto con lei. Ma le sue storiche
amiche, le Ya-Ya Sisters entrano in azione e, impugnando
un diario comune, affrontano con lei il passato lontano
per rimettere ogni cosa al suo posto. Sceneggiatrice di
Thelma & Louise, C. Khouri ha preso, con Mark Andrus,
i due bellissimi libri di Rebecca Wells (chi li ha amati
sappia che il film non ne è all'altezza, ma va
visto) – Divine Secrets of the Ya-Ya Sisterhood e Little
Altars Everywhere, entrambi del 1996 e usciti in Italia
nel 1999 e 2000 – e li ha riuniti in un unico film. Operazione
in sé fattibilissima. E le attrici sono una più
brava dell'altra, A. Judd meglio di S. Bullock, M. Smith
divina. Ma il film, pur conservando il profumo del profondo
Sud ed essendo allietato da una bella colonna musicale
a base di blues, gospel, cajun, Ray Charles e Bob Dylan,
è commovente come un chick flick (nome dato in
USA ai film al femminile), un po' retorico e ripetitivo,
a cavallo tra il mélo e la soap opera. Gli mancano
l'originalità, l'ironia, lo spirito, l'atmosfera,
le sfumature psicologiche: tutti quegli aspetti che rendono
così speciali i due libri della Wells. Tra i produttori
figura il nome di Bette Midler.
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Dreamers
(The)- I sognatori
The
Dreamers
Fr.-It.-GB 2003 |
| Regia |
| Bernardo
Bertolucci |
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| Interpreti |
| Michael
Pitt, Eva Green, Louis Garrel, Robin Renucci, Anna
Chancellor, Florian Cadiou, Jean-Pierre Léaud |
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Scritto
da Gilbert Adair, liberamente tratto dal suo romanzo The
Holy Innocents (1989, Santi innocenti e sognatori, 2003).
Parigi, febbraio 1968. Durante una manifestazione di protesta
per l'allontanamento di Henri Langlois dalla direzione
della Cinémathèque Française, lo
studente nordamericano Matthew fa amicizia con i gemelli
Isabelle e Théo che l'invitano a trasferirsi nel
loro appartamento, lasciato libero dai genitori in vacanza.
Il rapporto fra i tre – legati dalle stesse passioni (cinema
soprattutto, musica rock, politica, la rivolta nell'aria
degli anni '60) – si fa sempre più stretto, intimo,
trasgressivo, rivolto ai fleurs du mal del principio del
piacere. Quando un sasso rompe il vetro della finestra
dove dormono (“La rue est entrée dans la chambre”
dice Isabelle) i tre scendono in strada, ma soltananto
i due gemelli si avviano allo scontro con la polizia.
Varcata la soglia dell'alta età, B.B. si volta
indietro a rievocare, con nostalgia corretta dalla lucidità
critica, la sua giovinezza di cinéphile, i soggiorni
parigini degli anni '60 (i primi, non gli ultimi), i bollori
dell'impegno politico, la ricerca di identità.
Lo fa raccontando “di due che non riescono a cessare di
essere uno e di uno che non riesce a smettere di essere
(scisso) in due.” (G. Canova). Ci riesce nel finale. Bello
perché imperfetto, hanno scritto di quel che appare
un film minore nell'itinerario del suo autore. La goffaggine
dei personaggi intacca anche il resto. Gli è sfuggito
– non ha approfondito – il suo nucleo tragico. Si chiama
Isabelle, non a caso l'unica sfiorata dall'idea della
morte che rimanda a quella della Mouchette di Bernanos-Bresson.
È la vera vittima del rapporto simbiotico e regressivo
che la lega a Théo e che per lui è poco
più di un giuoco da snob: per Isabelle è
un amore impossibile, una passione abortita. Fotgrafia:
Fabio Cianchetti. Con la supervisione di Janice Ginsberg,
le canzoni hanno la funzione di manifesti d'epoca: Jimi
Hendrix, Janis Joplin, Bob Dylan, i Grateful Dead, i Doors,
Françoise Hardy, “La mer” di Trenet, “Je ne regrette
rien” di Edith Piaf.
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Meglio(La)
gioventù
It. 2003 |
| Regia |
| Marco
Tullio Giordana |
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| Interpreti |
| Luigi
Lo Cascio, Alessio Boni, Lidia Vitale, Valentina
Carnelutti, Adriana Asti, Andrea Tidona, Sonia Bergamasco,
Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Jasmine Trinca, Claudio
Gioè |
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Saga
dei borghesi Carati, padre romano e madre milanese con
due figli maschi e due femmine, dall'estate 1966 ai giorni
nostri. Tre generazioni, da Roma a Palermo, da Capo Nord
alla val d'Orcia, toccando alcuni dei grandi eventi collettivi
di quel terzo di secolo: l'alluvione di Firenze (4-11-1966),
i movimenti giovanili, l'antipsichiatria, la lotta armata
tra i '70 e gli '80, la strage mafiosa di Capaci (1992).
Di questo film corale – 6 ore in due atti – sono protagonisti
i due fratelli Nicola, psichiatra basagliano, e Matteo,
spigoloso poliziotto, entrambi figli del '68. Compatta
e complessa sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano
Rulli con simmetrie, conflitti, incalzare di avvenimenti
e sottigliezza psicologica, passioni e compassione, coraggio
e tenerezza, scarti del caso e decisioni personali. Probabilmente
è il risultato più ammirevole del loro lungo
lavoro di sceneggiatori così com'è il più
maturo e felice film di M.T. Giordana che alla maturità
era giunto con I cento passi. L'alchimia e la sintonia
fra i tre ha del miracoloso nel cinema italiano del primo
2000. In questo film di memoria – fedele al suo titolo
che è di Pasolini, ma prima ancora di una canzone
alpina della guerra 1915-18 – contano anzitutto i personaggi:
non perché siano tipici o esemplari, determinati
dagli avvenimenti: gli autori, anzi, ne hanno privilegiato
l'irripetibilità e la singolarità. Alle
virtù dello stile si aggiunge una lucida volontà
di comunicazione emotiva con lo spettatore: ha il momento
più alto nella sequenza dei libri (una grande A.
Asti) dopo il suicidio di Matteo; qua e là nel
2o atto s'inoltra nel territorio del mélo, persino
ruffiano nel finale, l'unica caduta di gusto che gli possiamo
rimproverare. Fotografia: Roberto Forza; montaggio: Roberto
Missiroli; presa diretta: Fulgenzio Ceccon. 6 David di
Donatello e 6 Nastri d'argento. Premiato a “Un certain
régard” di Cannes 2003. Prodotto dalla RAI i cui
responsabili – per incompetenza e/o ignavia – ne hanno
ritardato la messa in onda.
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Mona
Lisa Smile
USA 2003 |
| Regia |
| Mike
Newell |
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| Interpreti |
| Julia
Roberts, Julia Stiles, Maggie Gyllenhaal, Kirsten
Dunst, Marcia Gay Harden, Dominic West |
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USA
1953, tempi di guerra fredda, maccartismo, integrazione
razziale. Tutto molto lontano dal Wellesley College, prestigiosa
scuola femminile, dove le materie sono un optional rispetto
all'insegnamento base, principio fondamentale per le allieve:
lo scopo principale nella vita di una donna resta ancora
il matrimonio. Ed è in questa realtà che
arriva la nuova insegnante di storia dell'arte, Katherine
(un omaggio alla Hepburn per un ruolo che le calzava a
pennello?) Watson (J. Roberts), 36 anni, “zitella” di
estrazione operaia, convinta di poter aprire le menti
delle sue represse, ma non sempre ottuse, aristocratiche
allieve. Come è prevedibile si scontra contro il
conservatore corpo insegnanti e anche con qualche ragazza,
ma non si arrende e spiegando come “leggere” Leonardo
e Van Gogh, introducendo Pollock e facendosi coinvolgere
anche nelle beghe amorose. Alla fine la spunta, almeno
con le ragazze. Tutto è prevedibile e finto in
questa edulcorata versione femminile di L'attimo fuggente,
diretto dal britannico M. Newell, mai stato tanto lontano
da Donnie Brasco come qui: regia, dialoghi, musiche, sentimenti.
Tutto tranne le gonne a ruota e le attrici: brave e credibili
nonostante la stereotipia dei personaggi.
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Monsieur
Ibrahim e i fiori del Corano
Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran
Fr. 2003 |
| Regia |
| François
Dupeyron |
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| Interpreti |
| Omar
Sharif, Pierre Boulanger, Gilbert Melki, Isabelle
Renauld, Lola Naymark, Anne Suarez, Mata Gabin,
Isabelle Adjani |
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Parigi,
anni '60. Afflitto da un padre tetro, depresso e deprimente,
abbandonato dalla moglie, il quindicenne Mosé detto
Momo fa amicizia con un anziano droghiere musulmano, turco
di nascita e seguace del sufismo (principale corrente
della mistica islamica) che lo adotta dopo il suicidio
del padre, lo educa e lo porta con sé in auto fino
in Turchia. Scritto dal regista da un racconto lungo di
Eric-Emmanuel Schmitt, è una storia di formazione,
anzi di rieducazione, dove i saggi, sorridenti e un po'
banali insegnamenti di Ibrahim sanno poco di Corano e
di mistica sufistica. Più che il confronto tra
due culture (le connotazioni ebraiche di Momo e di suo
padre sono inesistenti), è l'incontro di due solitudini
che si trasforma in un rapporto affettuoso tra padre e
figlio. La scelta del settantenne O. Sharif e dell'esordiente
P. Boulanger è azzeccata, ma, acciambellata su
una accattivante mediocrità di scrittura, è
una galleria di luoghi comuni.
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Diari
(I) della motocicletta
Diarios de motocicleta
USA-Mex.-Cuba 2004 |
| Regia |
| Walter
Salles |
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| Interpreti |
| Gael
García Bernal, Rodrigo De la Serna, Mia Maestro,
Susana Lanteri, Mercedes Morán, Jean Pierre
Noher, Gustavo Pastorini |
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Alla
fine del 1951 un ventitreenne borghese argentino – Ernesto
Guevara de la Serna, laureando in medicina e asmatico
– e un amico ventinovenne di Cordoba – Alberto Granado,
biochimico e sottaniere – partono da Buenos Aires su una
Norton 500 del 1939 detta “La poderosa” per un viaggio
attraverso l'America Latina. Abbandonata la moto scassata,
proseguono a piedi, in autostop, in zattera e, dopo otto
mesi e 12.245 km, arrivano a Caracas. Nonostante il titolo,
il film cresce di intensità e rivela la sua natura
di racconto di formazione dopo l'abbandono della Norton.
Prima è illustrativo, aneddotico, sorridente. In
Perù avviene la vera scoperta dell'America Latina,
che utopisticamente Guevara vorrebbe riunita nel futuro
in un'unica federazione: tracce della civiltà inca
sul Machu Picchu; l; lo sfruttamento degli indios; la
questione agraria, ecc. L'esperienza più significativa
è nel lungo soggiorno in un lebbrosario amazzonico:
Ernesto v'impara che condividere è toccare il reale
e rivela il suo carattere nella notturna traversata a
nuoto del fiume per congedarsi dai pazienti lebbrosi,
isolati sulla sponda opposta. È un gesto che diventa
metafora. Le azioni seguiranno. W. Salles cerca da sempre
di fare un cinema d'autore con solidi agganci ai codici
narrativi di Hollywood. Qui ci riesce nella guida degli
attori e nell'uso del paesaggio (fotografia: Eric Gautier).
Scritto da José Rivera, basandosi su Notas de viaje
di E. Che Guevara e Con el Che por America Latina di A.
Granado, da anni residente a Cuba, che appare in primo
piano alla fine. 8 nomi di produttori tra cui Robert Redford
e supervisione artistica di Gianni Minà. La voce
italiana del bello e pensoso G.G. Bernal è di Massimiliano
Alto
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SIDEWAYS
USA 2004 |
| Regia |
| Alexander
Payne |
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| Interpreti |
| Paul
Giamatti, Thomas Haden Church, Virginia Madsen,
Sandra Oh |
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*Due
vecchi amici organizzano un viaggio di una settimana attraverso
i vigneti della campagna californiana, come addio al celibato
prima delle nozze di uno dei due. Miles, appena uscito
da un divorzio non ancora digerito, rappresenta l’uomo
frustrato ma colto, perdente ma dotato di una grande sensibilità.
Jack esuberante donnaiolo, qualunquista e superficiale,
è alla continua ricerca di avventure femminili.
I due non possono essere più dissimili. Pyne li
descrive così:” Miles e Jack sono diversi, come
il Pinot e il Cabernet, ma uniti da amicizia, da una certa
solitudine interiore e da vecchi sogni, che nella mezza
età pensano di aver perduto”. Il vino diventa una
metafora, un modo per esprimere se stessi. Film piacevole,
si gusta come un buon bicchiere di vino.
* Questa scheda è l’unica che non
è stata tratta dal data base Il Morandini 2005.
Dizionario dei film, op. cit. perché non presente
nell’edizione consultata.
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A cura di Maria Iannotti. Sviluppo
web Rosario Di Carlo.
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