Il tema dei rapporti letteratura e mafia può essere evidentemente affrontato sotto numerose angolature.
Lo farò, in modo molto conciso, dalla prospettiva non di uno studioso e tantomeno di un critico o di uno scrittore (caratteristiche tutte che non mi appartengono) ma da quella molto più modesta e concreta di chi si è occupato, per ragioni professionali, di indagini sul contrasto di quell’organizzazione mafiosa che opera in Campania che viene generalmente chiamata Camorra.
Organizzazione, quest’ultima, fino a poco tempo fa tanto poco nota, studiata e quindi conosciuta che si faceva persino fatica a far capire come con quella parola si cercasse di descrivere realtà fenomenologiche criminali molto diverse fra loro.
E lo farò anche partendo da quello che è certamente il caso letterario più importante e significativo degli ultimi anni, non solo in Italia: il successo del libro di Roberto Saviano, Gomorra.
E’ un testo per molti aspetti innovativo, che gli studiosi fanno fatica ad incasellare nelle tradizionali tipologie editoriali, essendo dibattuto se considerarlo un saggio o un’opera di narrativa, avendo elementi dell’uno e dell’altro.
Ma ciò che conta, ai fini del nostro discorso, è in primo luogo il successo straordinario che ha avuto: ha venduto circa due milioni di copie in Italia ed è stato tradotto in tantissimi paesi, portando al giovane scrittore casertano una notorietà e fama e rendendolo, anche suo malgrado, un’icona ed un simbolo della lotta alle mafie.
Ed in quest’ottica è interessante ricordare come per un certo linguaggio giornalistico la parola Gomorra sia divenuta sinonimo di camorra o capace di indicare il clan più importante dal testo tratteggiato, quello cioè dei casalesi.
Mi sia permessa anche una considerazione che deriva dalla mia esperienza personale: negli ultimi anni – dopo aver lasciato la trincea della Procura di Napoli, in cui mi sono dedicato anche all’attività di divulgazione del fenomeno criminale di cui mi ero occupato da pubblico ministero – mi è capitato infinite volte di essere presentato – e sia ben chiaro non lo dico affatto in tono polemico, ma al più come motivo di vanto e soddisfazione – come il pubblico ministero che aveva seguito non alcune (importanti) indagini sui casalesi bensì le vicende di cui ha parlato Roberto Saviano.
Ed il successo – clamoroso ed inatteso, lo si ribadisce – del libro ha dimostrato come fosse assolutamente errata l’idea le mafie in generale e la camorra in particolare non fossero argomenti capaci di interessare un pubblico vasto, ma al massimo una ristretta nicchia di poche persone.
E’ un errore che ho riscontrato nella mia pregressa attività quando verificavo come indagini davvero importanti sulla camorra fossero relegate quasi esclusivamente nelle pagine locali dei quotidiani anche campani e difficilmente riuscissero a superare l’ambito regionale, se non in casi davvero eclatanti.
Gomorra ha evidentemente reso palese che non era l’oggetto – cioè la camorra – a non interessare, ma forse il modo in cui veniva raccontata. La capacità evocativa e narrativa di Saviano e il suo stile innovativo (il trattare delle vicende, ad esempio, come se le avesse vissute almeno in parte in prima persona) ha “sdoganato” l’argomento, dimostrando, però, quanta fame di conoscenza ci fosse in giro.
E tutti possono oggi verificare le decine di libri sul tema (non tutti in verità utilissimi, ma la maggior parte ricchissimi di informazioni) successivamente andati in stampa.
L’altro punto di riflessione che pure mi pare interessante rimarcare riguarda gli effetti che il libro ha avuto sulle indagini sulla camorra (e in particolare sul sodalizio criminale casalese).
E’ vero infatti che il testo ha rappresentato una sorta di spartiacque; tutte le attività investigative e tutto quello che ha riguardato i casalesi hanno ricevuto dopo di esso una visibilità e una notorietà, finendo per accendere un interesse morboso in quegli stessi media nazionali che fino a poco tempo prima, anche con un po’ di “spocchia”, li avevano completamente snobbati.
Gli addetti ai lavori sanno bene, del resto, come la parola “casalesi” sia divenuta persino uno sorta di grimaldello per ottenere notorietà ed attenzione…
E anche in questo caso, può essere utile riportare un’esperienza personale: molti sanno che nel processo di appello cosiddetto Spartacus I, un avvocato dei boss lesse una strana istanza di rimessione del processo per legittima suspicione che, tra le altre cose, accusava me di avere manovrato pentiti per far condannare i boss e di aver utilizzato, quale sorta di grancassa mediatica, una giornalista de Il Mattino, Rosaria Capacchione e uno scrittore, cioè proprio Roberto Saviano, della cui amicizia personale vado fiero. Ne derivò un caso nazionale, ci fu persino un intervento di solidarietà del capo dello Stato; a Rosaria Capacchione, giornalista di primissimo ordine che da anni si era occupata dei casalesi sulle cronache casertane del più importante quotidiano del sud, venne anche attribuita la scorta, evidenziando come potesse essere un obiettivo del clan e consentendo a tantissime persone solo allora di accorgersi del rilevantissimo lavoro da essa svolta e del quale pure Saviano si era tantissimo giovato nel suo libro. Mi sono tante volte chiesto se non fosse stato citato Roberto in quella istanza, e i nomi indicati fossero stati solo quello mio (un ex p.m. che da qualche mese aveva già lasciato la procura per trasferirsi in Cassazione) e quello della Capacchione, ci sarebbe stato tutto quel clamore e quell’interesse enorme? La risposta che mi sono dato è chiaramente negativa.
Ma vorrei aggiungere un altro episodio, pure emblematico: quando si concluse il primo grado del processo Spartacus – in assoluto il più importante, almeno sul piano simbolico, dei tanti celebratisi contro i casalesi – nell’aula bunker di S. Maria Capua Vetere c’erano pochissime persone; un po’ di familiari degli imputati, un po’ di poliziotti e carabinieri in assetto da guerra (perché si sapeva che sarebbero state emesse condanne durissime), qualche giornalista casertano (sicuramente fra essi Rosaria Capacchione). Sui media nazionali credo non uscì nemmeno un trafiletto breve e conciso che spiegasse i tanti ergastoli comminati ai capi del sodalizio. In appello – dopo Gomorra – alla lettura del dispositivo c’erano le telecamere delle più importanti televisioni non solo d’Italia ma d’Europa e gli inviati di tutti i principali giornali anche d’oltreoceano; e tanti ricorderanno nell’aula bunker di Poggioreale la presenza di Roberto, contornato dalla scorta ed assediato da flash, fotografi e microfoni..
La brevità che mi ero prefisso mi impone di giungere a qualche conclusione che sicuramente avrebbe meritato una maggiore e più ampia argomentazione…
La letteratura può fare moltissimo per aiutare il contrasto alle mafie, può essere utilissima ad ampliare il range di conoscenza di una parte consistente di popolazione, che non legge i giornali o che da essi non è in grado di comprendere fino in fondo la complessità di fenomeni così gravi; può persino evitare gli alibi di coloro che in tante occasioni hanno potuto dire: “non sapevamo” o peggio ancora “non avevamo capito”…
E la conoscenza è il primo passo per stimolare l’impegno di tanta parte dei cittadini, anche campani e napoletani, che per troppo tempo hanno ritenuto che la camorra non fosse un loro problema ma una semplice questione di ordine pubblico, al massimo di interesse di forze dell’ordine e magistratura; cittadini, però che, in casi tutt’altro che sporadici, non avevano remora alcuna ad avere contatti incestuosi con ambienti malavitosi e a far affari con essi.
E forse se un giovanissimo ma brillante giornalista, cui fino a quel momento era stato consentito di scrivere soprattutto su siti e blog quasi misconosciuti, è riuscito a ottenere risultati così significativi è anche perché troppi intellettuali hanno sottovalutato ciò che accadeva (e continua ad accadere) a Napoli, a Caserta e in molte realtà non solo del Sud della nostra Penisola.