“Bambini e ragazzi lettori di poesia” di Nietta Caridei

Chi non ricorda con vivida impressione le poesie imparate da bambini? Si trattava di poesiole in rima baciata, di ritmi filastroccati di tradizione popolare o di testi di grandi autori italiani, ritenuti a torto o a ragione facili e/o adatti ai giovanissimi lettori. Il repertorio, scelto e commentato ad usum puerorum, poteva includere la Vispa Teresa così come testi di Leopardi, Manzoni e Carducci. Per i ragazzi più grandi, accanto all’antologia dal canone rigidissimo e scevro da qualsivoglia vaghezza innovativa, c’erano i poemi epici in lingua neoclassica, tradotti in endecasillabi sciolti dal «gran traduttor de’ traduttor d’Omero». Certo si trattava di canti pieni di costrutti astrusi e di parole «morte», oltre che impronunciabili per gran parte dei ragazzi, ma il ritmo aiutava, caspita se aiutava! A sfogliar oggi i libri di epica e le vecchie antologie balza evidente il solco profondissimo che marcavano tra le classi sociali. Eppure, quei testi non erano privi di fascinazione e di cantabilità perfino per quei ragazzi (pochi) che avevano come lingua materna il dialetto e che riuscivano ad accedere alla scuola media previo esame d’ammissione. Assieme ai florilegi dei grandi poeti italiani, leggere e imparare a memoria questi testi finiva per costituire una sorta di «apprendimento differito», da comprendere a fondo e da tornar utile in età adulta (e non sono queste le caratteristiche della cultura?). Ma intanto non mancavano di produrre effetti psico-pedagogici hic et nunc, stabilendo tra i ragazzi un nuovo legame sociale e – perché no? – costituendo anche un bel tesoretto lessicale da spendere in proprio o leggendo i testi della nostra tradizione letteraria.

Con l’affermazione della democrazia e con le trasformazioni sociali anche nella scuola di base le cose cominciarono a cambiare più o meno in fretta. Vennero don Milani e la scuola di tutti, Gianni Rodari e i suoi epigoni, così che il canone poetico scolastico dovette cambiare a forza e si sentì risuonare nelle già severe aule scolastiche la lingua di tutti i giorni. Si sentirono le sonorità iconiche della lingua dei fumetti (e dei segni), di cui la scuola finalmente si accorgeva. Si affermava una diversa oralità anche attraverso i nuovi supporti audiovisivi. Grandi rivolgimenti che accompagnavano le trasformazioni socioculturali del nostro paese. La scuola inseguiva la nuova cultura e la nuova poesia, qualche volta innovando, altre volte arrancando. Ma tanto basti all’economia del discorso. Qui serve giusto come tassello storico del ragionamento a seguire, anzi per esplicitare la vis polemica del titolo, che potrebbe suonare antiquato (in seguito si capirà perché non lo è) ai difensori tout-court della narrativa e – ahi noi! – perfino dell’ora di narrativa, prendendo con le molle anche la vasta produzione attorno a tematiche che di anno in anno fanno moda presso grandi e piccoli editori di libri per ragazzi. Un motto potrebbe essere questo: affidare alla scuola quel che è della scuola e alla letteratura per bambini e ragazzi la possibilità di volare più alto con buoni progetti e buoni autori, i quali non si limitino a rimasticare un’idea della letteratura in sedicesimo per piccoli lettori.

Avendo stabilito che nella scuola per pochi si leggeva la poesia colta, potremmo chiederci cosa ci abbia guadagnato la scuola di tutti a passare dalla tradizione poetica italiana a quella infettata da nuovi media e linguaggi (anche esotici), pur se con qualche grande autore del canone contemporaneo a salvarsi la coscienza. La questione rimane aperta e, tra l’altro, non vorrei passare per nostalgica della scuola borghese. E poi a che servono diktat e certezze, esclusioni e anatemi? Tra l’altro non mancano ritorni di fiamma per i linguaggi antichi e per le mode che anch’esse ritornano. Un esempio è lo sdoganamento del nostro inno nazionale a opera dello sport. Mentre scrivo queste note, l’inno di Mameli risuona alto e forte nel vicolo in una buona riproduzione orchestrale, interrotta dalla voce megafonata del venditore di cd audio che strilla: «per tutti i bambini, maschietti e femminucce!».

A questo punto sarà chiaro che, fermo restando l’auspicio di un buon specimen di letture poetiche da adeguare di anno in anno alle caratteristiche della classe, l’editoria letteraria per bambini e ragazzi dovrebbe farsi carico di ben altro, ponendosi innanzitutto una questione centrale: quale poesia e quale prosa per piccoli lettori in progress? Vale a dire che l’editoria di settore non dovrebbe limitarsi a fare il verso alla scuola, bensì misurarsi con la progettazione e l’innovazione, come alcune sigle editoriali pure cominciano a fare. Invece, sulle caratteristiche del profilo di un lettore autonomo, bambino o adulto che sia, è utile sgombrare il campo da vecchie zavorre (guide alla lettura, test di verifica …), nemiche giurate del piacere del testo, inteso come passione individuale quasi sempre solitaria, come morbo ferace da cui farsi attaccare in giovanissima età (o forse mai più). Ma per fare ciò bisogna mettere dei paletti – o lasciare che li mettano i ragazzi – tra letture scolastiche e letture elettive; tra libri imposti come dovere e libri scoperti più o meno accidentalmente in biblioteca o in libreria o negli scaffali di un amico; tra libri consigliati e identikit del consigliere e/o del donatore. Altra cosa sono invece le letture condivise, le performance, le discussioni sulle esperienze di lettore. E altra cosa ancora sono le letture che ho sentito chiamare dai ragazzi «di fantasia», quelle segrete o addirittura proibite. Chi scrive usava l’atlante per mascherarle allo sguardo inquisitore della mamma o si spostava all’ultimo banco nelle ore di didattica stanca, con esiti spesso tragicomici. Il curriculum del giovane lettore è bene che gli appartenga al possibile, così come cominciarono a fare negli anni cinquanta i lettori di fumetti, allora proibitissimi da benpensanti e scuola, oggi insidiati dalla televisione. Vero è che attualmente l’offerta è molto più ricca e permette incursioni oltre l’editoria di settore. È perfino più economica se si usa il computer per scaricare libri, per accedere a biblioteche, per consultare elenchi di libri e autori… E dunque piccoli lettori onnivori possono crescere e moltiplicarsi, che poi è la cosa che innanzitutto c’interessa.

Rimane tuttavia un corollario del discorso che ne attualizzi il titolo. Se la lettura è soprattutto un atto di libertà, tra le letture elettive e/o segrete dei ragazzi ci sono libri di poesia o antologie poetiche? E se non è così, come è facilmente ipotizzabile perlomeno fino all’adolescenza e ai primi innamoramenti, perché mai ciò succede? Che forse la poesia è un genere segnatamente scolastico? O esiste un’età per la poesia? E addirittura una per l’epica e un’altra per la lirica? Ontogenesi e filogenesi della letteratura, come ritenne la pedagogia ottocentesca?!?

Si tratta di questioni che è bene restino aperte e che riguardano tutta la comunità educante: adulti, intellettuali, insegnanti e genitori; ma soprattutto editori, autori e illustratori. Relegata in un settore con strane norme (le fasce di lettori!) e se pur innovativa per il legame con la ricerca iconografica e con la progettazione grafica, la letteratura per bambini e ragazzi rimane nella considerazione dei più un genere minore o per addetti alla formazione o che si produce perché la chiede il mercato e l’editore. In questo panorama, piuttosto confuso e problematico anche se vitalissimo, si assiste da qualche anno al proliferare di «mode poetiche», o meglio di scritture in versi di poeti promossi sul campo, che vorrebbero allietare i fanciulli con rime facili, anafore di rito, strofette a come viene viene e brutti versi. È il fenomeno dell’artista-poeta, come se la poesia sgorgasse limpida e felice dall’animo creatore. La poesia non sgorga, essendo un distillato di tentativi e di un corpo a corpo con la parola, non diversamente da quella dell’artista visivo con la sua materia. Pensare a un legame sincretico e generativo tra immagine e parola è pura illusione, indotta da certe avanguardie dure a tramontare. Molto meglio gli studenti di Ersilia Zamponi con i loro «draghi logopei», che per fortuna fanno ancora scuola. Divertirsi a giocare con le parole, produrre un endecasillabo o un settenario, cimentarsi con un sonetto aiuta a leggere e a capire meglio la poesia, giammai a laurearsi poeta.

Per tirare finalmente le fila del discorso stabiliamo che servono veri poeti, e se sono grandi tanto meglio, per scrivere poesia per bambini e ragazzi. E se ce ne sono pochi bisogna sperare che aumentino. Il Premio Napoli e l‘istituzione della nuova sezione spingono in questo senso, tanto più che la tradizione italiana, che è soprattutto poetica, stenta a trovare voci nuove, così come per la prosa non solo per bambini e ragazzi. A paragone si produce di più nell’editoria anglo-americana, anche se con esiti non sempre convincenti.

Fuori dalle letture scolastiche e dalla poesia che si fruisce a scuola, che dovrà essere al possibile varia per campionatura storico-linguistica, per legami con la cultura contemporanea e per temi particolarmente adatti (e graditi) a bambini e ragazzi, i giurati del Premio Napoli fanno voti perché la letteratura di qualità e la buona lingua italiana non manchino negli zaini e negli scaffali dei ragazzi (grandi o piccoli che siano) e se molti genitori faticano ad arrivare alla fine del mese, ci pensino le istituzioni pubbliche (scuole non escluse) e private a istituire biblioteche di quartiere, a facilitare scambi e donazioni.

Fondazione Premio Napoli

La Fondazione Premio Napoli è un Ente morale, costituito con D.P.R. 5 giugno 1961.
Lo scopo della Fondazione è quello di incoraggiare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di favorire la lettura e il dibattito culturale e civile nella città, nella provincia e nell’intera area regionale, disponendole e incoraggiandole, con adeguati strumenti organizzativi, al dialogo con il resto del mondo e, in particolare, con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
La Fondazione promuove la ricerca nel campo della letteratura e, in generale, delle scienze umane e sociali e si adopera per la promozione dell’immagine internazionale della città di Napoli e dell’intero territorio Campano.

-> DECRETO LEGISLATIVO "TRASPARENZA", 14 marzo 2013, n. 33

-> Piano triennale di prevenzione della corruzione (P.T.P.C.) 2016-2019

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