“Contro l’angoscia dell’ininfluenza” di Giancarlo Alfano

1. Ogni critica, ogni attività che rientri nell’ambito del lavoro critico si realizza a partire da una posizione. Natura specifica di questo lavoro consiste anzi nel “prendere posizione”. Mi capita spesso di ricordare un vecchio saggio di Jean Starobinski in cui si spiega che il verbo greco da cui viene il termine “critica”, ossia krinein, significa “discernere” (l’operazione che si realizza con il setaccio). Chi si dedica a questo lavoro non può dunque non usare il discernimento, il che non significa soltanto considerare con attenzione gli oggetti che maneggia, ma considerare la posizione dalla quale si volge a quei tali oggetti, ossia essere consapevole della posizione che occupa nel momento in cui compie il gesto di volgersi-verso. Critica è volgersi, piantare i piedi in un certo spazio e indirizzare lo sguardo in una certa direzione; al tempo stesso critica è interrogare ciò verso cui ci si è volti.
Questo gesto iniziale è tanto più necessario in quanto il lavoro critico è lavoro di selezione almeno quanto è lavoro di mediazione. Discernere i valori, distinguere il necessario dal transitorio, cogliere le domande corrosive e fameliche poste dal presente così da offrire, al presente, le opere che meglio possano fornire, non le risposte, che ogni presente troverà da sé, ma le più adeguate forme d’interrogazione e fascinazione. 

2. È dentro un tale processo, a mio avviso, che si può intendere in maniera più proficua il concetto di “valore”, che è quanto dire ciò che è necessario per la selezione (negli anni Novanta scorsi si definì tutto ciò, per ragioni millenaristiche, “la questione del canone”). Credo ci sia ampia convergenza, oggi, sulla considerazione che il valore non risiede nell’aderenza di un’opera a determinati criteri estetici (formali o di contenuto, per semplificare), e nemmeno a determinati anti-criteri (deformazione espressionistica, contradditorietà, problematicità). Il valore è invece il prodotto delle “regole del gioco”: è cioè una mediazione pubblica.
Con questo non intendo dire che certe opere non possiedano una potenza estetica tale da superare i limiti della mediazione imposta dal proprio tempo e di riproporsi in altre epoche con la medesima, o rinnovata, o semmai moltiplicata energia. Al contrario, proprio questa vita lunga, o vita sommersa e comunque discontinua, c’insegna che l’efficacia comunicativa delle opere, il loro residuo d’enigmaticità non corrisponde al valore che viene loro riconosciuto volta per volta. Il lavoro critico agisce invece proprio al livello del valore: è per questo che è direttamente legato alla posizione (cioè alla propria storicità); ed è per questo che è destinato a un consumo piuttosto rapido.

3. Di certo è cosa differente occuparsi di testi del passato e di testi contemporanei perché gli strumenti necessari alla rispettiva comprensione sono differenti. Nel primo caso partiamo infatti da un’alterità davvero costitutiva nel nostro approccio ai testi (e alle culture in cui essi sono prodotti): lo ricordò anni fa Hans Robert Jauss a proposito del Medio Evo, e io credo che ciò valga anche per opere che sono meno, assai meno, distanti nel tempo. E tuttavia, si legge a partire dal presente, con le richieste del presente e con le esperienze, culturali, scientifiche, ma anche emotive, che nel presente s’innervano. È un equilibrio delicato che ha a che fare col sistema del classico, con la tenuta delle opere nel tempo.
Didi-Hüberman ha proposto di distinguere tra “storia dell’arte” e “anacronismo delle immagini”: al di là della sistemazione in serie cronologiche delle opere, con argomenti di carattere più o meno consapevolmente storicista, si dovrebbe anche tener conto di un loro certo anacronismo, una loro autonomia rispetto al tempo storico, che ci autorizza a fruirle e a ri-valutarne nel presente la potenza semantica, cognitiva ed emozionale. L’urgenza della valutazione, che sembrerebbe l’istanza di base della lettura di opere contemporanee, rientra allora nella necessità generale della lettura e dell’interpretazione. Comprendere, certo, ma anche stimare, soppesare: krinein, insomma.

4. Queste mie righe verranno lette (se lo saranno) attraverso un computer, durante una navigazione in rete. È allora forse necessario spendere qualche parola sul rapporto tra web e lavoro critico. A tal proposito devo dire che a mio avviso la rete non è, di per sé, uno spazio della critica in quanto essa prevede un sistema di comunicazione poco dialogico. Certo, sì, nella rete trionfano la discussione e il dibattito. In realtà, però, anche nei diversi siti di animazione letteraria sembra scarsa la riflessione teorica, a beneficio di un primato della pratica (quindi dell’intervento) che a me pare il semplice prodotto di una determinata condizione tecnologica.
La partecipazione collettiva in Internet è infatti condizionata dalla enorme disponibilità di spazio, la quale è però subordinata alla stringente necessità di aggiornamento continuo: di conseguenza, gli interventi e i commenti depositati nei siti e nei blog sono continuamente superati dagli interventi e i commenti successivi, secondo un movimento incessante che spinge i frequentatori a una sorta di performance interminabile.
È questa, probabilmente, la faccia parossistica di quella «fine del paradigma ermeneutico» di cui ha discusso Daniele Giglioli: una partecipazione diffusa del tipo che si dispiega quotidianamente nella rete è estranea allo spirito della comprensione. Ma non è estranea alla vis del disvelamento: gli scambi ampiamente paranoici che si moltiplicano ogni giorno intorno al “metterci la faccia” e allo interrogarsi sulla reale identità del tale o talatro nickname rivelano una compulsione a interpretare: non però i testi, ma i loro produttori. Che è una forma di realismo ingenuo.
Tutti, in rete, vogliono interpretare, ma in realtà, per lo più, non fanno altro che reagire. La rete si presenta, insomma, come un luogo della reazione. Mi ha colpito che un recentissimo libro di Milad Doueihi (Pour un humanisme numérique, Seuil, 2011), che pure interpreta la rete come la possibilità di un nuovo umanesimo in quanto rinnova il paradigmo classico dell’amicizia (sic!), contenga affermazioni del tipo: «[nella rete] bisogna farsi vedere, esibirsi» (p. 67). Che poi questa progressiva riduzione dello «scarto tra conformità e singolarità» avvenga a beneficio di «una nuova circolazione dell’identità e dei suoi valori» (p. 66) dovrà intendersi, a dispetto dell’ottimismo di Doueihi, come circolazione del feticcio dei valori dell’identità, o – per dirla con le giuste parole – come circolazione dell’identità in quanto merce (si pensi alla costruzione dell’identità; si pensi ai pacchetti d’informazioni sui clienti che vengono acquisiti, scambiati e venduti all’interno del sistema produttivo). 

5. Se è vero che il lavoro critico avviene in compresenza, che esso è in altri termini un atto pubblico, allora varrà la pena di concludere parlando dell’Università e della scuola. Poiché è in questa realtà che lavoro, sono fermamente convinto che il mio primo spazio di azione intellettuale debbano essere le aule e gli uffici delle Università e delle scuole d’Italia e d’Europa.
Inoltre, poiché lavoro coi giovani, sono altrettanto fermamente convinto che il tipo di pratica, di esercizio intellettuale ed emotivo di cui la critica consiste non possa implicare nessuna assolutizzazione generazionale, nessuna rivendicazione di eccezionalità.
Non esiste una specificità di generazione che non sia specificità storica: siamo situati, dicevo all’inizio; questo vincolo materiale è la nostra necessità. Questo vincolo è ciò che dovrebbe indurci a una pratica spinta sul versante della politica e della critica dell’ideologia. Per questa via sarà forse possibile liberarsi del più grave limite che oggi si pone innanzi al lavoro critico: quel particolare risentimento sociale che si potrebbe forse chiamare angoscia dell’ininfluenza.

Giancarlo Alfano

Fondazione Premio Napoli

La Fondazione Premio Napoli è un Ente morale, costituito con D.P.R. 5 giugno 1961.
Lo scopo della Fondazione è quello di incoraggiare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di favorire la lettura e il dibattito culturale e civile nella città, nella provincia e nell’intera area regionale, disponendole e incoraggiandole, con adeguati strumenti organizzativi, al dialogo con il resto del mondo e, in particolare, con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
La Fondazione promuove la ricerca nel campo della letteratura e, in generale, delle scienze umane e sociali e si adopera per la promozione dell’immagine internazionale della città di Napoli e dell’intero territorio Campano.

-> DECRETO LEGISLATIVO "TRASPARENZA", 14 marzo 2013, n. 33

-> Piano triennale di prevenzione della corruzione (P.T.P.C.) 2016-2019

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