“I manoscritti d’autore: un bene monetizzabile?” di Maria Antonietta Grignani

Il “Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei” dell’Università di Pavia, creato da Maria Corti negli anni Settanta, conserva testimonianze di rapporti fra intellettuali, di percorsi creativi degli scrittori utili allo studio dell’evoluzione strutturale e stilistica di molte opere.
E’ iniziato con la donazione di Eugenio Montale, con gli originali della Madonna dei Filosofi di Carlo Emilio Gadda e poi con l’archivio di Romano Bilenchi. In seguito il patrimonio si è arricchito di raccolte di manoscritti, carteggi, foto rare, biblioteche d’autore e documenti iconografici.
Al Fondo si è affiancato un Centro di ricerca, che censisce e ordina i lasciti, assiste nelle ricerche, organizza mostre e giornate di studio. Fondamentale l’aiuto di dottorandi, ai quali vengono assegnate tesi sulla base dei materiali del Fondo. Molti studenti della laurea magistrale in Filologia moderna svolgono attività di tirocinio presso il Centro.
Nel 1984 è nata la rivista “Autografo” (arrivata al fascicolo 47), per offrire spazio alla disciplina variantistica e dar voce alle carte degli scrittori che affidavano all’iniziativa appunti, materiali preparatori e epistolari. Corti presentava il primo numero così: «Per la natura stessa del Centro i testi della letteratura italiana, presenti o no nel corrispondente Fondo pavese, saranno oggetto di analisi da più di un punto di vista, il che nelle intenzioni dei redattori già conferisce propria identità alla rivista».
Vorrei fare qualche considerazione, basata da una parte sulla concreta esperienza accumulata seguendo in circa trenta anni il Fondo Manoscritti; dall’altra su alcuni principi nei quali credo: sono proprio queste due componenti, l’esperienza e i ‘principi’, le responsabili del titolo, interrogativo, che darei al mio intervento: I manoscritti d’autore: un bene monetizzabile?
Un breve cenno ad alcuni fondi conservati nell’archivio di Pavia farà da battistrada alle considerazioni implicite nel titolo.
Fondo Saba e fondo Carlo Levi. Furono acquistati agli albori del Fondo pavese da Lionello Giorni, marito di Linuccia Saba, la quale era stata amica, come si sa, di Carlo Levi. Dopo l’acquisizione si scoprì che fotocopie e brandelli di testimonianze, soprattutto di Levi, giravano qua e là, rendendo difficile e scomodo il lavoro della ricostruzione filologica e delle eventuali edizioni o riproposte editoriali. Che il manoscritto di Cristo si è fermato a Eboli stia da anni ad Austin (Texas) era noto. Lo aveva ceduto l’amica che ospitò Levi a Firenze quando, come ebreo, Levi si doveva nascondere durante la guerra e scriveva appunto Cristo si è fermato a Eboli. Per gratitudine Levi glielo donò. Quel Fondo pubblico per fortuna è consultabile ed è stato consultato in loco, in vista di un libro sulle interferenze e intertestualità tra lettere, poesie, disegni dal confino e romanzo (L’invenzione della verità, a cura di chi scrive, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1998). Venuto meno, come purtroppo accade, il criterio dell’unicità del collettore e cioè dell’archivio (pubblico) che accolga e del Centro di ricerca che sistemi e studi o consenta ad altri di studiare, ci si domanda con quale criterio etico il consorte di un’amica e collaboratrice di Carlo Levi, che per giunta era figlia di Umberto Saba, abbia venduto a Pavia e disperso materiali presso privati e editori, creando una baraonda notevole.
Lettere di Montale a Maria Luisa Spaziani. Acquistate grazie al sostanzioso contributo della Regione, furono importanti per capire i contesti situazionali e quindi per interpretare molte poesie della Bufera, cosa che fu fatta con la massima discrezione da chi scrive, estrapolando e citando soltanto i passi utili all’esegesi o alla datazione dei testi. Ben presto, tuttavia, l’insieme delle missive destò preoccupazione nella nipote del mittente, Bianca Montale, e vide la decisione della stessa venditrice Spaziani di chiuderle alla pubblicazione integrale per un certo numero di anni. E’ di pochi mesi l’uscita di un libro della stessa Spaziani, cui non sembrano affatto estranei i contenuti delle lettere.
L’impressione che talora si ricava da certi scrupoli di tutela e salvaguardia della privacy da parte di certi eredi, o comunque venditori, è che alcuni possano pensare che il Fondo sia il caveau di una banca o una sorta di tomba, in cui ordinare ma chiudere lestamente le carte. In realtà, quando si tratta di fatti, testi o movimenti ormai storici, la secretazione pro tempore non sempre è sensata, fermo restando il rispetto per lettere o appunti di carattere strettamente privato.
Veniamo in più spirabil aere, cioè ai fondi donati. Ne faccio un elenco del tutto rapsodico a scopo esemplificativo.
L’epistolario di Silvio Guarnieri è un archivio di memorie storiche e letterarie ricchissimo, data la personalità del destinatario, uomo di lettere ma anche di impegno politico. L’epistolario in questione risulta proficuamente poi incrociabile con altri, ora giacenti a Pavia ora altrove. La biblioteca e le carte donate dallo scrittore e dagli eredi Giorgio Manganelli sono state oggetto di studi importanti, che si sono giovati proprio dell’aiuto che i libri postillati possono dare alla interpretazione delle opere originali. Le carte di Mario Pomilio, donate dalla vedova e dai figli, sono ricchissime di note di lettura, appunti preparatorii e stesure stratificate, indispensabili per capire – come è stato fatto in una tesi di dottorato – le spinte culturali, religiose e le precise fonti che hanno dato luogo al Quinto Evangelio. Il deposito delle carte di Ottiero Ottieri è avvenuto negli anni dal 1994 in poi. Scomparso l’autore, la moglie Silvana Mauri e la figlia Maria Pace hanno completato l’affidamento dell’archivio a Pavia, soccorrendo i giovani che stanno sistemando, descrivendo e studiando l’archivio con piccole borse di studio. Un caso eccezionale è poi quello di Luigi Meneghello, con donazione iniziata nel 1984 e completata per lascito testamentario dopo la morte dello scrittore. Complesso, ricco, pieno di sorprese, il fondo Meneghello è oggetto di tesi di dottorato e di specializzazione. L’aiuto ai giovani e un progetto editoriale di riproposta delle opere si basa sull’eredità che Meneghello ha destinato a Pavia.
Gli autografi degli scrittori sono oggetti delicati. Lo sono nella dimensione materiale della deperibilità e dunque delle opportune misure di conservazione e tutela delle carte. Lo sono nella sfera dell’uso discreto da farsi, soprattutto se si tratta di epistolari; lo sono a maggior ragione quanto alle regole che un archivio pubblico deve dare a se stesso e imporre alla consultazione. Non basta essere amici dell’autore oppure eredi per pretendere una personale, libera e non controllabile utilizzazione delle carte; per contro non basta, a mio parere, essere eredi per non riconoscere che certi archivi non amorosi, non totalmente privati, contengono molti lapilli di storia e quindi se ne dovrebbe autorizzare la fruizione a scopo di studio. Altrettanto male sarebbe, naturalmente, che il o i curatori di un certo archivio pretendessero di sequestrarne a proprio beneplacito la consultazione e edizione.
Infine, cosa concettualmente importantissima perché sconfina con l’interpretazione, dobbiamo domandarci non solo come sistemare ma anche come leggere criticamente i brogliacci di lavoro, le varie stesure; con quali strumenti interpretarli nei loro rapporti genetici e in relazione al testo finale. Qui la critica delle varianti italiana e la critique génétique francese dovrebbero darsi la mano e collaborare integrando i propri metodi.
E ancora: è sempre bene dare in pasto al pubblico l’edizione di materiali disgregati e auroralmente preparatorî; sempre è proficuo offrire al lettore documenti privati come lettere, diari e appunti se strettamente personali? È sempre corretto mettere in rete non solo i dati inventariali, ma anche testi o parte di testi?
A questo proposito mi si riaffaccia sovente alla memoria The Aspern Papers (Il carteggio Aspern), di Henry James, storia del giovane critico che, per seguire le tracce di un carteggio divenuto per lui una fissazione, si trasferisce a Venezia, dove si fa affittuario di una miss Bordereau, crudele ultracentenaria, solo perché sospetta che la miss sia stata la donna cantata (quasi un secolo prima) dal grande Aspern con il nome di Juliana. Per impadronirsi delle lettere a lei indirizzate da Aspern, nascoste nella casa – melanconica e cadente come la Venezia che fa da sfondo al suo frugare nel passato – il ricercatore agisce sotto mentite spoglie come un detective, tenta effrazioni, si finge perfino esperto di fiori, rischia addirittura di sposare una trepida e esangue zitella cui ha spezzato il cuore e, quel che più conta, pone intraprendenza, denaro e una buona dose di dabbenaggine al servizio di una causa persa: le preziose carte, bruciate, si ridurranno a un mucchietto di cenere.
Passo ora alle mie personali deduzioni per ciò che riguarda la ‘monetizzazione’ degli archivi d’autore. Non ritengo edificante, in primo luogo, che un autore vivente venda a un Ente Pubblico le sue carte e tanto meno una sola parte della sue carte, lasciando magari agli eredi il piacere di disperdere le altre in varie sedi a scopo di maggior lucro. Fermo restando il diritto dell’autore di distruggere i propri avantesti, brogliacci, prove, stesure, se non lo fa è perché crede che il cantiere faccia parte della storia, storia personale e storia delle poetiche o dell’estetica. Ritengo invece del tutto lecito che si monetizzi la vendita delle biblioteche d’autore, perché una biblioteca ha un valore perlopiù quantificabile; naturalmente, se la biblioteca è d’autore e magari con libri postillati, sarebbe bene fosse ceduta insieme alle carte.
Per esperienza mia diretta certi inconvenienti sono derivati al Fondo Manoscritti pavese non da donazioni (chi dona lo fa convinto di fare bene, con fiducia nell’ente che accoglie), ma da vendite: eredi che vendono in parte qua in parte là, eredi che fotocopiano le carte e le spargono al vento, eredi arroganti, che fanno balenare il rischio di vendite all’estero o che vendono vincolando lo studio al giudizio insindacabile di parenti di vario grado o di amici non sempre competenti.
Credo, insomma, che gli archivi culturali o letterari andrebbero tutelati e difesi, innanzi tutto dall’esportazione, entro la disciplina del Codice dei beni Culturali (Decreto legislativo 22, gennaio 2004, n. 42). Andrebbero sottoposti a notifica, dichiarati a chiare lettere beni di interesse culturale, di cui fosse vietata l’esportazione in via definitiva, in quanto «documenti appartenenti a privati, che rivestano interesse storico importante e siano dotati della caratteristica di “rarità o di pregio”» (l’autografo lo è un raro, essendo pezzo unico!). Credo anche che andrebbe promossa una sorta di educazione civica, allo stesso modo che finalmente si fa alla radio e TV per gli evasori fiscali. L’autore o l’erede che disperdono un patrimonio di corrispondenze cartacee, di note, diari, appunti di interesse culturale o storico, dovrebbero capire che danneggiano la memoria del loro paese.
Il testo è una sintesi della relazione tenuta al seminario, organizzato dalla Regione Lombardia, Il valore del libro: tra prodotto culturale, oggetto di mercato e bene da tutelare

Milano, Biblioteca Trivulziana, 22 settembre 2011

Il testo intero si legge nel sito: http://www.cultura.regione.lombardia

M. Antonietta Grignani, direttore del Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di Autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia.

Fondazione Premio Napoli

La Fondazione Premio Napoli è un Ente morale, costituito con D.P.R. 5 giugno 1961.
Lo scopo della Fondazione è quello di incoraggiare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di favorire la lettura e il dibattito culturale e civile nella città, nella provincia e nell’intera area regionale, disponendole e incoraggiandole, con adeguati strumenti organizzativi, al dialogo con il resto del mondo e, in particolare, con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
La Fondazione promuove la ricerca nel campo della letteratura e, in generale, delle scienze umane e sociali e si adopera per la promozione dell’immagine internazionale della città di Napoli e dell’intero territorio Campano.

-> DECRETO LEGISLATIVO "TRASPARENZA", 14 marzo 2013, n. 33

-> Piano triennale di prevenzione della corruzione (P.T.P.C.) 2016-2019

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