“In viaggio verso le periferie incantate” di Donatella Trotta

Letteratura e infanzia: lo status incerto di creature mutanti

Trasversalità. Ibridazione. Sconfinamenti: di generi, temi, discipline, linguaggi, codici comunicativi, persino età dei lettori. La letteratura per bambini e ragazzi è da sempre un affascinante territorio “alla frontiera”, uno scrigno ricchissimo di storie, una zona di riserva, un luogo glocale di periferie incantate dove si annidano sorprendenti giardini segreti, oasi di felice progettazione sperimentale (nel deserto dell’omologazione), laboratori di futuro aperti a incroci e contaminazioni. Una dimensione di certo compatibile con quella del viaggio: «viaggio reale, ma anche viaggio metaforico, capace di trasportarci nelle profondità della coscienza, negli abissi dell’inquietudine, negli scavi di ansie e speranze», come opportunamente scrive Pino Boero introducendo il primo Quaderno di letteratura per l’infanzia (Genova, Brigati 2001) con un bel saggio di Jean Perrot su «L’immaginario della metodologia. Lo scalatore di montagne o l’iniziazione». Ma la letteratura per bambini e ragazzi è anche una creatura di creature relativamente giovane, non a caso connotata da Peter Hunt (in Literature for Children. Contemporary Criticism, Londra, Routledge 1992) come «creatura amorfa, ambigua», segnata da un difficile rapporto con il pubblico, inestricabilmente legata al processo di evoluzione del ruolo sociale dell’infanzia e dell’adolescenza (ma anche della famiglia e della scuola) e per questo influenzata da elementi extraletterari quali i fattori economici, politici, storici, filosofici, pedagogici, religiosi, demografici. Una dimensione insomma dal forte spessore simbolico, potentemente (est)etica, con un corpus di opere – proprio come l’infanzia e la gioventù a cui si rivolge – metamorfico, mutante, replicante e – come l’illustrazione, genere artistico a lungo ritenuto “minore” – con responsabilità tuttavia maggiori. Almeno, rispetto al pubblico di destinatari: particolarmente ricettivi e sensibili nel riconoscere la narrazione autentica, quella che – proprio come la natura dell’educazione vera, inscindibile dall’etica e dall’emozione – sa, con Hannah Arendt, «rivelare significati senza commettere l’errore di definirli».

Libri-ponte e microcosmi di coscienza. Per crescere

In tale problematico contesto, i libri per bambini e ragazzi (dagli albi illustrati per la primissima infanzia in poi) sono microcosmi di coscienza, semi per il nutrimento dell’immaginario, ma anche libri-ponte: a unire le sponde di segni e visioni, testi e immagini, persino fumetti e film, cartoni animati e graphic novel, sceneggiati televisivi e pièces teatrali, in un continuo crossover che richiede – quantomeno – una epistemologia della complessità. Magari applicata alla letteratura, soprattutto nell’accezione che ne dava Susan Sontag: come «casa della sfumatura e della contraddizione che si oppone alle voci della semplificazione», dove l’impegno dello scrittore è perciò «liberare, scuoterci. Aprire le porte della compassione e a nuovi interessi. Ricordarci che potremmo aspirare a diventare diversi, e migliori, di come siamo. Ricordarci che possiamo cambiare». Un ottimismo della volontà – peraltro alieno da ogni “buonismo” – ribadito in altre parole, di recente, da David Almond, scrittore per ragazzi della migliore tradizione anglosassone non a caso insignito, nel 2010, dell’Andersen International Award: «Ogni parola scritta, ogni frase, ogni storia, non importa quanto oscura possa sembrare in sé, è un atto di ottimismo e di speranza, un puntello contro le forze della distruzione – ha detto Almond nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del premio, pubblicato da Salani con il titolo La speranza delle creature narranti -. Questo è particolarmente vero quando le parole vengono scritte per i bambini», che hanno «menti esplorative e immaginazioni flessibili»; e perciò, secondo Almond, «il mondo dei libri per bambini è un luogo di abbondanza, di abbandono, di esperimento e di gioco… vera fucina della sperimentazione letteraria» dove «le storie, come i bambini, possono ristabilire l’innocenza e ricreare il mondo». In un’intervista che mi rilasciò per Il Mattino, in occasione della pubblicazione in Italia del suo intenso romanzo Skellig, lo scrittore inglese ha precisato ulteriormente: «Scrivere è esplorare territori che a volte ci riportano indietro, alla nostra infanzia, dentro il nostro io, ma per andare oltre. I bambini, rispetto agli adulti, hanno la capacità di far coesistere fantastico e reale: in questo senso, scrivere per loro dona una grande libertà, e impone una ricerca sul linguaggio che è anche musicalità legata all’oralità» dove l’apparente semplicità ha echi potenti e forti risonanze interiori: «Come le metamorfosi di Skellig – aggiunge Almond – che ci aiutano non a uscire da questo mondo, ma ad entrarci meglio, capendo qualcosa di più di noi».

Raccontare, raccontarsi, essere raccontati

Già. A ben rifletterci, siamo tutti «della nostra infanzia come di un paese», diceva Antoine de Saint-Exupéry, autore del sempreverde Il Piccolo Principe. E «scrivere è sempre un parlare dell’infanzia: è sempre un atto di nostalgia», come sottolineava Jean Genet. Forse perché raccontare, raccontarsi, essere raccontati sono la scintilla della relazione. Dalla quale divampa (o può spegnersi) il fuoco delle grandi passioni. E delle vocazioni future. Ma prima ancora, la narr/azione (ad alta voce) e l’ascolto sono l’ingrediente primario della magia dell’incontro, la base dell’arte del vivere, l’elemento che sprigiona l’alchimia del con-vivere.Leggere, scrivere vengono di conseguenza. Scrivere e leggere sono anche – esemplifica il poeta e scrittore Roberto Piumini ad uso dei piccoli lettori in crescita – «segno che chiama il pensiero» (possibilmente divergente) e «pensiero che risponde»: per dare un senso alla vita, al tempo e al proprio posto nel mondo. Per coltivare (e far crescere) identità «giocando parole» come suggeriva Giuseppe Pontremoli, compianto provoc-autore di uno dei più stupefacenti atti d’amore e di rispetto per la lettura (e per l’infanzia) che è il suo Elogio delle azioni spregevoli (Napoli, l’ancora del mediterraneo 2004).

Perché in fondo, per diventare se stessi occorre inventarsi. E noi Siamo quello che leggiamo, sottolinea lo scrittore inglese Aidan Chambers in un prezioso libro-strumento di pedagogia della lettura (edito da EquiLibri, Modena 2011, a cura di Gabriella Zucchini) che chiarisce quanto la “lettura della letteratura” (e dunque la padronanza del linguaggio, «dio che ci crea») sia non solo un valore, ma anche un apprendistato progressivo da cercare, progettare, conquistare. Sin da piccoli. Per poter «esplorare, ri-creare e ricercare i significati dell’esperienza umana».

Lo ha ribadito con efficacia la pedagogista Emy Beseghi, quando nel gennaio 2005 ha promosso un accorato, e ancora attuale, manifesto (pubblicato sul numero 63 di LiBeR e firmato da moltissimi studiosi, docenti e intellettuali di diverse aree culturali) contro l’esclusione della letteratura per l’infanzia dalla scuola primaria prevista nelle Indicazioni ministeriali nazionali, che non consideravano «in modo adeguato il rapporto tra il bambino e il piacere della lettura», rivelando una «distanza spesso incolmabile tra il modello di scuola proposto e l’immaginario dei ragazzi che si nutre anche di libri e di storie». Quelle storie che possono essere salvifiche. Aiutando a formare personalità capaci di scelte motivate, proprio grazie al senso profondo della letteratura per bambini e ragazzi sintetizzato, da Beseghi, in dieci punti: specchio d’identità; sentiero di conoscenza; scrigno dei sogni; dizionario dei segni; mappa del mondo; lanterna per i sentimenti; crocevia di sguardi; nave corsara contro le consuetudini, gli stereotipi e i pregiudizi; terzo occhio e strumento di educazione all’immagine; sorgente di storie capaci di stimolare sempre nuove invenzioni e giochi di linguaggi.

L’editoria per ragazzi in Italia, il paradosso del Bel Paese

La questione posta dal manifesto non è purtroppo nuova, né superata. E non investe, in Italia, soltanto il mondo della scuola ma anche l’ambito stesso della comunicazione, dell’editoria, dell’intero settore mediatico. Lo denunciava con forza, già a fine anni Sessanta, Gianni Rodari quando lamentava la «scarsa considerazione in cui tuttora è tenuto tra noi lo scrittore per ragazzi dall’insieme della società culturale, quasi che mettersi al servizio dei ragazzi, delle famiglie, della scuola, fosse un’attività poco dignitosa, da lasciare a chi non ha saputo trovare altri campi di affermazione, del resto oggi tanto numerosi e tanto facili»; e mentre auspicava l’avvento di una vera e propria «civiltà dell’infanzia», realizzata in altri Paesi, lo scrittore osservava che la letteratura per bambini e ragazzi in Italia «attende ancora che gli storici e i critici della letteratura tout court (quelli coi calzoni lunghi) si occupino di lei almeno quanto si occupano di altri fenomeni culturali».

Ora che il Premio Napoli ha deciso di inaugurare la nuova sezione di libi per bambini e ragazzi – conferendo finalmente pari dignità ad un settore di significativo rilievo, particolarmente vitale e in crescita, negli ultimi venticinque anni, nell’industria culturale italiana – vale forse la pena di rilanciare, in questa sede, le considerazioni dello scrittore, poeta e giornalista di Omegna (unico italiano, con l’illustratore Roberto Innocenti, insignito dell’Andersen International Award) quando aggiungeva, ad esempio, che «l’umiltà di Tolstoj e di Stevenson, che hanno prodotto capolavori rivolgendosi direttamente al pubblico infantile o giovanile, non fa scuola da noi abbastanza spesso come si potrebbe desiderare»: così scriveva Rodari nel 1968, in La letteratura infantile oggi (una stimolante edizione di alcuni suoi interventi pedagogici, purtroppo non più ristampata ma di grande utilità ancora oggi, fu pubblicata nel 1992 dagli Editori Riuniti a cura del compianto Carmine De Luca, con un’introduzione di Mario Lodi).

Perché purtroppo ancora oggi – come allora – la letteratura esplicitamente dedicata all’infanzia e all’adolescenza gode, in Italia, di scarsissima attenzione divulgativa nel cosiddetto mainstream mediatico (con le ovvie eccezioni delle riviste specializzate di settore), e di uno status non a caso altalenante, nell’immaginario collettivo, tra varie definizioni: da ex “grande esclusa” (Francesca Butler) a zona di riserva (Giuliano Vigini), da Cenerentola invisibile della letteratura “alta” fino a “nuova provincia letteraria” (Giuseppe Petronio): nonostante l’indiscussa e raggiunta autonomia (e in vari casi felice originalità) produttiva di autori, illustratori ed editori italiani, dopo stagioni di massicce e pressoché esclusive importazioni (ovvero traduzioni) dall’estero. Svolta radicale (quella degli anni Ottanta, per la precisione il 1987), peraltro documentata da Antonio Faeti nel suo libro I diamanti in cantina (Bompiani) con tanto di bilancio critico realizzato di recente dall’Associazione culturale Hamelin di Bologna, con il volume Contare le stelle (Clueb) che fa il paio con la rassegna dei libri per ragazzi che hanno fatto l’Italia, per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità.

Un vistoso paradosso, questa disattenzione dei grandi organi di informazione, per un Bel Paese che è stato culla, in Europa, di classici intramontabili come – per citare solo qualche titolo tra i più noti – le Memorie di un pulcino (1875) di Ida Baccini; Pinocchio (1881-1883) di Carlo Lorenzini, in arte Collodi; Cuore (1886) di Edmondo De Amicis; Il giornalino di Gian Burrasca (1907-1911) di Vamba, alias Luigi Bertelli – non a caso fonti di infinite dispute pedagogico-letterarie – e, secoli prima, di quello straordinario incubatore di storie che è Lo Cunto de li Cunti overo lo tratteniemento de peccerille (1634-1636) di Giambattista Basile, che può essere considerato il padre della fiaba europea.

Piccoli lettori crescono. Tra mercato e «forte sentire»

Qualche considerazione conclusiva. Secondo dati dell’Ufficio studi dell’Aie (Associazione italiana editori), il settore dell’editoria per ragazzi continua a crescere nel nostro Paese, forte anche del fatto che i bambini e i ragazzi (tra i 6 e i 17 anni) continuano a leggere più della scarsa media nazionale: il 56,9% contro il 45,3% degli adulti, magari grazie proprio alla “rete” più o meno attiva della comunità educante che coinvolge bambini, ragazzi, ma anche adulti che dell’infanzia e dell’adolescenza si occupano, dentro e fuori delle famiglie. «La lettura dei più giovani resta un punto di forza in Italia – ha dichiarato lo scorso marzo, all’ultima Fiera internazionale del libro per ragazzi a Bologna Antonio Monaco, responsabile del Gruppo editori per ragazzi dell’Aie -. E le famiglie più giovani considerano la promozione della lettura verso i propri figli un valore positivo anche in un periodo di crisi dei consumi. L’offerta degli editori continua pertanto a crescere e a differenziarsi per rispondere alle diverse esigenze dei lettori: operiamo in un tempo difficile, ma abbiamo – ha concluso Monaco – ancora un futuro».

Le criticità sono altre, in uno scenario dove delle oltre tremila case editrici italiane censite, 197 sono quelle che pubblicano libri per bambini e ragazzi (ma solo 52 ne hanno pubblicati più di 11) mentre, tra gli editori di progetto, tra il 2010 e il 2012 le nuove sigle specializzate sono state una quindicina (nuove collane editoriali a parte). E la prima questione riguarda proprio l’iperproduzione di libri, con 2.317 nuovi titoli (e una distribuzione di 19,9 milioni di copie, +8%, secondo la fonte Liber Data Base) immessi sul mercato, con un ritmo vertiginoso di crescita che nel corso dell’ultimo decennio è stato del +12%.

Quanti di questi titoli rispondono a criteri di autentica qualità, a una progettualità innovativa, a una verticalità (contro la piatta orizzontalità deprecata nella narrativa italiana da Ferruccio Parazzoli, in una celebre polemica su «Vita & Pensiero») e a una sperimentazione creativa (linguistica, artistica, contenutistica) originale? E quanti, invece, alle pressioni del mercato, alle esigenze di profitto dell’industria culturale e alle mode di un consumismo globale? E ancora: come orientarsi in questo oceano mare con bussole adeguate, per non naufragare sugli scogli della banalità, delle semplificazioni e dell’insipienza?

Il Premio Napoli, con la sua nuova sezione e i suoi giurati, si prefigge anche questo obiettivo: iniziare un viaggio verso le “periferie incantate” della migliore letteratura italiana contemporanea per bambini e ragazzi; condividere queste rotte, e la selezione delle diverse tappe del percorso, con una intera – e motivata – comunità educante (istituzioni e associazionismo, soggetti pubblici e privati, lettori forti e in crescita, scuole e famiglie, biblioteche e librerie); allargare gli orizzonti di narr/azione e di confronto con la consapevolezza, ribadita dall’acume critico di Jack Zipes, (nel libro Stick and Stones, Londra, Routledge 2001, tradotto in italiano a cura di Francesca Lazzarato: Oltre il giardino, Milano, Mondadori 2002, nella collana Infanzie), che «in un mondo in cui anche lo spettacolo è stato largamente mercificato dalle grandi multinazionali, la narrazione autentica, e in particolare quella per e con i bambini, svolge una missione speciale: far venire a galla la saggezza e la follia che ogni storia contiene»; e ancorarsi, infine, a quelle grandi passioni che (contrariamente alle “piccole virtù” aborrite tra gli altri da Natalia Ginzburg come da Gianni Rodari) hanno sempre fatto godere di scoperte degne di entusiasmo. Senza, ovviamente, alcun intento moralistico-pedagogico o spudoratamente ideologico: concepito – soprattutto in passato, ma il rischio si corre anche oggi – per condizionare lettori in formazione; ma, semmai, con lo stesso ineludibile spirito che Pontremoli ci ha indicato nel suo testamento spirituale.

«È vero – diceva Pontremoli – che in questi tempi le dosi mortali di cinismo che ci vengono somministrate possono far insorgere finanche il bisogno di buoni sentimenti, ma i buoni sentimenti non servono a nulla, quel che serve davvero è un forte sentire». Quasi un viatico, per il battesimo della nuova sezione del Premio Napoli: casa delle letterature che, come ci insegna Cechov, hanno il compito esclusivo di porre domande, non di dare le risposte.

Fondazione Premio Napoli

La Fondazione Premio Napoli è un Ente morale, costituito con D.P.R. 5 giugno 1961.
Lo scopo della Fondazione è quello di incoraggiare la produzione culturale italiana e, soprattutto, di favorire la lettura e il dibattito culturale e civile nella città, nella provincia e nell’intera area regionale, disponendole e incoraggiandole, con adeguati strumenti organizzativi, al dialogo con il resto del mondo e, in particolare, con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
La Fondazione promuove la ricerca nel campo della letteratura e, in generale, delle scienze umane e sociali e si adopera per la promozione dell’immagine internazionale della città di Napoli e dell’intero territorio Campano.

-> DECRETO LEGISLATIVO "TRASPARENZA", 14 marzo 2013, n. 33

-> Piano triennale di prevenzione della corruzione (P.T.P.C.) 2016-2019

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