Dalla bottega di libraio, con l’aria navigata di chi ne ha viste tante, Tullio si guarda intorno. I suoi occhi sembrano perforare la cortina di vecchie case, a cercare i segreti dei Quartieri e di Montesanto.
A piazza Dante nulla è mai uguale a ciò che poco prima ha attirato la nostra attenzione. L’emiciclo dell’antico Largo del Mercatello continua ad essere scena per la rappresentazione della vita della città, come un teatro nel quale, di volta in volta, il dramma cede il posto alla farsa e la commedia si confonde con il varietà del quotidiano. Le piante di banano poste ai lati della piazza e la statua del Sommo Poeta sono sopravvissute ai recenti interventi urbanistici che hanno aperto varchi per consentire l’ingresso nel mondo ipogeo della metropolitana collinare. Per il resto, i lastroni grigi di pietra etnea, le scomode panchine e i pannelli di cristallo delle pensiline hanno in gran parte rimosso il ricordo del tempo trascorso. Eppure, da quelle parti, la storia c’è passata. Rimangono vecchie foto color seppia, immagini sfocate, come in un gozzaniano album di famiglia. Negli anni Venti i fascisti aggredivano le manifestazioni operaie convocate in quel luogo e i cortei del secondo dopoguerra si concludevano con le cariche della polizia e con i morti tra le aiuole, come avvenne nel luglio 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti. Allora rimasero in terra i giovani comunisti Quinto e Fischetti. L’obbligo della memoria non può essere fissato per decreto.
Nella piazza, ormai, non si va per sostare, per riflettere, per cercare gli altri, ma per essere risucchiati dalle burelle del non-luogo sotterraneo che consente i ritmi cinetici della mobilità urbana. In alternativa, la piazza diventa contenitore di una folla solitaria e spaesata. Le librerie e i ristoranti addossati alla costruzione vanvitelliana, tuttavia, continuano a custodire le storie di pugili, filosofi, scrittori, cantanti “di giacca”, attori di avanspettacolo, scugnizzi, guappi in disarmo, come in un’antologia di trapassati nella quale ogni vicenda merita di essere annotata per evitare la definitiva frantumazione della memoria.
Ai raduni di immigrati provenienti dal subcontinente indiano si affiancano, oggi, le interminabili e rumorose partite a pallone degli scugnizzi che scendono dal Cavone o dall’Anticaglia. Gli studenti provenienti dai decumani eleggono la piazza a luogo per gli appuntamenti, prima di disperdersi nelle altre parti della città. I decibel delle manifestazioni “sponsorizzate” impongono, a folle adoranti di giovani, le liturgie contemporanee della religione dei consumi. Di fronte, sul lato di Palazzo Bagnara e del convento di San Domenico Soriano, un fiume di folla percorre longitudinalmente il tratto che da via Pessina porta a via Toledo, quasi la piazza costituisca un intoppo pigro e fuorviante all’itinerario programmato. Dall’alto di Port’Alba, San Gaetano osserva con distacco la folla, troppo preso dall’impegno di evitare ulteriori sciagure alla città.
A piazza Dante c’è la bottega di Tullio Pironti, continuatore di una storica famiglia di librai. Eppure Tullio, da giovane, non è stato libraio, ma pugile, proprio negli anni in cui un altro napoletano, il peso-piuma Agostino “Agatino” Cossia, si batteva a Melbourne per la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Era il 1956.
Della sua storia, complicata come quella di certi autori americani, Pironti ha già parlato in un racconto autobiografico, “Libri e cazzotti”, del 2005. Consapevole che la piena dei ricordi è capricciosa e incontrollabile come una fiumara secca in estate e carica d’acqua in autunno, ha dato ora alle stampe “Il paradiso al primo piano”, facendo incontrare nuovamente, con un titolo, Fabrizio De Andrè, Fernanda Pivano, Edgar Lee Masters, come già era accaduto altre volte nella sua vita di libraio-editore.
La libreria di piazza Dante è, in qualche modo, la “comune” dalla quale i personaggi narrati da Tullio Pironti entrano sulla scena narrativa per poi uscirne ed essere consegnati definitivamente al tempo struggente della malinconia o a quello rasserenante del disincanto. Prostitute dolcissime e matematici infelici, boxeur solidali e scrittori ammalati di solitudine, omosessuali coraggiosi e venditori appassionati di libri, politici spregiudicati e galantuomini pieni di dignità sono i protagonisti della “vita raccontata” di Tullio Pironti. Le loro storie si intrecciano in una vicenda urbana in cui, più che altrove, la solitudine è fatta del bisogno di essere nelle vite degli altri, come nel villaggio di Edgar Lee Masters o nelle note disperate di Edith Piaf per l’amato boxeur Marcel Cerdan.
Nel racconto di Tullio Pironti, piazza Dante diventa come la collina di Spoon River. Un’intera città, con i sogni, le tragedie, le sconfitte, il disincanto, si riconosce nelle vicende umane entrate in contatto con la vita del libraio-boxeur: “Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina”, come nel “paradiso perduto” di un apprendistato esistenziale che solo le “parole narrate” possono restituire ancora al presente.
Salvatore Casaburi
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