VISTA SU NAPOLI
di Gordon Poole
Ho detto al prof. La Guardia che la scoperta del romanzo di Burns, The Gallery, fu importante per me, e forse per questo egli mi ha incoraggiato a non rinunciare a inserire in questo intervento qualcosa relativo al mio vissuto.
Sono arrivato a Napoli nel settembre del ’57 e, a parte due periodi di insegnamento universitario negli Stati Uniti, qui sono rimasto. Sul perché io sia venuto, ho dato e mi son dato risposte diverse nel corso degli anni. Il maccartismo? Turismo? (Così recitavano i primi miei Fogli di Soggiorno, rilasciati dalla Questura.) La curiosità verso una civiltà così diversa dal puritanesimo della nativa Nuova Inghilterra? Forse tutte queste cose insieme. Mentre negli Stati Uniti, a Boston, avevo lavorato come cuoco e come tassista, a Napoli trovai lavoro come insegnante: avevo ventitrè anni ma la gente mi chiamava “professore”! Intanto mi innamorai della città, mi innamorai di mia moglie, facemmo quattro figli. (Ormai i miei Fogli di Soggiorno recitavano: Coesione familiare.) Ed è bello così…
Non ricordo come ebbi fra le mani The Gallery, ricordo solo di averlo letto tutto d’un fiato. Questo romanzo influenzò fortemente il mio atteggiamento verso Napoli e i napoletani.
Prima di dirvi il perché, vorrei ricordare cosa era Napoli nel 1957: le conseguenze della II guerra mondiale erano tutt’altro che cancellate. I bombardamenti degli alleati, che avevano fatto circa ottantamila vittime, avevano lasciato rovine e palazzi danneggiati dappertutto. Circolavano poche auto: la Topolino, la Cinquecento, qualche Millecento. Io giravo con la mia motocicletta tedesca DKW, con la quale ero arrivato durante la Festa di Piedigrotta (ma non capii sul momento che si trattava di una festa, pensavo che i napoletani si comportassero sempre così). I ragazzini si tuffavano in mare dagli scogli lungo Via Partenope, i pescatori a Mergellina tiravano le reti fino a metà di Via Caracciolo. C’era molta miseria: uomini coi calzoni rattoppati e tenuti su con uno spago a mo’ di cintura, i “raccattacicche” che camminavano piegati in avanti, raccogliendo da terra mozzoni di sigarette coi quali si confezionavano i cosiddetti “spinielle”, cioè sigarette “nuove”. I lustrascarpe per strada prendevano 15 lire. Alla “Campagnola”, quella in Via dei Tribunali, il pranzo completo costava 250 lire, io avevo l’abbonamento per dieci pasti, due mila lire, servizio compreso, con un ulteriore risparmio. La “nottata” non era passata anche se si coglievano segni di ripresa.
Intanto a Napoli non vidi quasi mai ubriachi. E c’era pochissima violenza. Ricordo solo due episodi: nei pressi di Piazza Matteotti vidi un benzinaio, dopo un confronto con un tale svolto tutto a bassa voce, lanciargli con forza una chiave inglese contro, mentre l’altro si allontanava; se l’avesse colpito, gli avrebbe spezzato la schiena, ma forse sbagliò mira di proposito. A Via Santa Teresa a Chiaia assistetti ad un litigio tra due donne, ciascuna con le proprie sostenitrici: prima gli insulti, poi le minacce, poi il combattimento, un classico “appicceco ê ffemmine”, più simbolico che violento. Napoli aveva, così mi sembrava, una retorica della violenza, cioè una serie di passaggi, dall’ironia al sarcasmo all’allusione pesante all’insulto alla minaccia, che consentivano che a ogni livello retorico ci fosse qualche via di uscita, prima di arrivare alla violenza fisica. Per me, statunitense, questo era straordinario, un segno di civiltà.
Ma Napoli fu per me anche, e forse soprattutto, un’immersione in un mare di sonorità diversa da quella alla quale ero abituato. Invece dei klacson di oggi, c’era il nitrire dei cavalli da traino, il ragliare di asini e asinelli, il suono ritmico dei loro zoccoli, il baccano delle enormi ruote dei carri sui basoli e sul selciato. Gli uomini e i ragazzi del “popolo” spesso cantavano mentre camminavano o lavoravano; anche le donne cantavano, soprattutto in casa, ma con le finestre aperte si sentivano le loro voci. C’erano le grida dei venditori sia fissi che ambulanti, ogni merce o servizio offerto aveva la sua cantilena: “Saporite ‘e ceveze”, “Pperziane, pperziane”, “Ramme robba vecchia”… Che bello, se qualcuno allora fosse andato in giro a registrare quelle tante voci! Temo che abbiano fatto la fine delle voci dei venditori di altri paesi europei, comprese quelle di Londra, di little Italy di New York.
Poi c’era la lingua italiana. Avevo studiato l’italiano per un anno alla Boston University, ma con Camillo Merlino, un professore originario del Centro-Nord, un valdese. Anche se non parlavo bene, avevo abbastanza orecchio per capire che l’italiano parlato a Napoli era tutta’altra cosa. Quello che ti fa sentire veramente straniero è di essere circondato dai suoni di una lingua nuova. La gente ti guarda, emette dei suoni per te strani pretendendo di essere compresa, e tu all’improvviso ripiombi nell’infanzia, in un mondo di rumori vocali senza senso. Imparare una lingua straniera significa operare fortemente sulla propria identità, nella maniera più intima; altrimenti non la si impara. La chiamo un’operazione intima perché si interviene sul rapporto mente-corpo per trasformarlo, e questo significa cambiare la propria identità.
Ciò è particolarmente vero quando si passa da una lingua stress timed (nella quale l’isocronia risulta da una regolare scansione di accenti), com’è l’inglese, a una lingua sillabo-accentuativa (nella quale l’isocronia risulta dalla regolare scansione delle sillabe) come l’italiano. Niente più schwa, cioè vocali cosiddette neutre delle quali è piena la lingua inglese. Niente più sillabe brevi, medie e lunghe, ma tutte di uguale durata, altra fonte di tensione fisica: in italiano devi dare pieno valore a ogni vocale, accentata o no, e perciò avverti una tensione a livello dei polmoni, della lingua, dell’articolazione della bocca, del corpo intero, che in inglese non hai. L’inglese è una lingua più casual, l’italiano è formale. Parlando l’italiano, il corpo si fa sentire. Per un anglofono parlare è scambiare idee; per un italiano è un’attività fisica.
Torniamo però a Burns. Bostoniano come me, egli nasce nel 1916 e muore giovane a Livorno nel 1953. Nel 1948 pubblica The Gallery, ambientato a Napoli nel 1944, quando Burns, tenente nella Marina militare statunitense, era qui. La galleria cui si allude nel titolo è la Galleria Umberto I, ma lo stesso libro, che non è propriamente un romanzo, è strutturato come una galleria di nove ritratti, intervallati da otto “Promenade”, il tutto introdotto da una “Entrance” e chiuso da un “Exit”. Tutti i ritratti, che sono degli sketch, delineano personaggi, statunitensi e napoletani, immaginati come presenti a Napoli nell’agosto 1944, e tutti passano per la Galleria Umberto.
Tutte le otto Promenade, cinque ambientate nel Nord-Africa, tre a Napoli, sono legate da una frase ricorrente: “I remember…”. Napoli, come dice Marino Niola, è una città dalla memoria, una città stratificata come lo è la memoria. Trovi una friggitoria con l’insegna al neon inserita in un palazzo rifinito in stile liberty (o umbertino), ma poi l’occhio coglie elementi barocchi, e finisci per accorgerti che anche questi sono incrostazioni, perché la struttura risale al ‘500 o addirittura al ‘400. Se poi entri nell’edificio e ti è concesso di scendere nelle cantine, puoi trovare che il palazzo è costruito sul vuoto, e magari incontri resti greco-romani, e alla fine trovi sotterranei dove scorre un’acqua limpida. Napoli è una città della memoria, perché così funziona la memoria dell’uomo, che non è cronologia, ma una banca dati alla quale si attinge secondo le esigenze del presente. A Napoli, se guardi, ricordi.
La Napoli che Burns trovò nel 1944 era una città prostrata. Molte persone, per sopravvivere, facevano cose che non avrebbero mai voluto fare o immaginato di poter fare. Di questa situazione gli Alleati approfittarono, la malavita vestiva la divisa, e molti dei più furbi e privi di scrupoli tornarono a casa ricchi. Conosco altri due libri che raccontano quel periodo. La pelle di Curzio Malaparte è un romanzo cinico. Quando uscì nel 1949, il consiglio comunale di Napoli espresse unanimamente – caso più unico che raro in quel periodo – una condanna del libro.
L’altro libro era Napoli ’44 dell’inglese Norman Lewis. Pubblicato nel 1978, il libro in effetti è basato su appunti scritti all’epoca della presenza dell’autore a Napoli, appunto nel 1944, dove era ufficiale di intelligence nell’esercito britannico. A Lewis la situazione sociale sembrava senza speranza, senza sbocchi positivi possibili; la ritraeva nascondendo la compassione, che credo sentisse, sotto una maschera di indifferenza, o perlomeno di distacco.
Quello che distingue il libro di Burns da quelli di Lewis e Malaparte è la sua capacità di confrontarsi con la miseria e la degradazione, ma allo stesso tempo di vedere oltre e trovare l’umanità, la “resilienza” (per così dire) della popolazione, la forza di sopravvivere. Merito del giovane scrittore americano fu anche quello di aver criticato gli aspetti negativi della presenza delle forze armate occupanti. Ho parlato prima della sensazione che si prova quando ci si immerge in una nuova realtà linguistica. Fra le pagine più interessanti e commoventi di Burns ci sono quelle dove egli descrive il suo incontro con la lingua italiana. Non che la lingua sia necessariamente come lui dice, ma si resta colpiti dal fatto che egli ne descrive l’acquisizione in questa maniera affettiva: “Italian is a language as natural as human breath” (l’italiano è una lingua naturale come il respiro umano). Burns ricorda la gentilezza e la pazienza di coloro che gliel’hanno insegnata.
Colpisce ancor più l’incontro con il dialetto napoletano, che all’inizio Burns vede come “Italian chewed to shreds in the mouth of a hungry man” (l’italiano fatto a pezzi nella bocca di un uomo affamato), una descrizione, questa, alquanto riduttiva di una lingua così ricca ed espressiva come il napoletano, ma comprensibile nel contesto della guerra. Burns nota inoltre come il dialetto muti da quartiere a quartiere, dai pescatori fino ai parlanti del Vomero relativamente benestanti:
I remember the dialect of Naples. It was the most moving language I ever listened to. It came out of the fierce sun over the bleached and smelly roofs, the heavy night, childbirth, starvation, and death. I remember too the tongues that spoke Neapolitan to me: the humorous, the sly, the gentle, the anguished, the merciful, and the murderous. Those tongues that spoke it were like lizards warm in the sun, jiggling their tails because they were alive.
Lo scrittore è affascinato dalla ricchezza del linguaggio dei gesti. Questa particolare caratteristica della cultura napoletana, in senso lato, insieme all’interesse per la lingua italiana sono tra i tanti aspetti del libro di Burns quelli che mi hanno maggiormente colpito e che in qualche modo hanno influenzato i miei interessi culturali.
In un libro su una città occupata da un esercito di giovani uomini è chiaro che il sesso è un tema importante. È interessante notare come l’omosessualità, che al tempo in cui scrive Burns era pochissimo trattata nella letteratura statunitense, fosse così presente in The Gallery. Il recente ritorno d’interesse per questo romanzo è sicuramente dovuto in buona parte ai queer studies e alla gay liberation. La tematica omosessuale viene trattata per esteso nel quinto Ritratto, “Momma”, uno sketch sul mondo gay sotto le armi. Momma gestisce un bar, di cui è anche proprietaria, nella Galleria Umberto. La sua reale o finta ingenuità rispetto all’orientamento sessuale dei clienti e del motivo del loro incontrarsi nel suo locale consente a Burns, che era gay, di vedere la vita nel bar in parte attraverso gli occhi di lei, e quindi di ritrarre il mondo gay obliquamente, descrivendo i comportamenti, riproducendo i dialoghi, senza nascondersi ma nel contempo senza compromettersi.
C’è in Burns una commovente disponibilità ad essere aperto e vulnerabile, che è più tipico della scrittura femminile che di quella maschile. Egli cerca di imparare dalla cultura di un popolo sconfitto, davanti al quale si sente umile:
These were our enemies. Yet in those young men of Italy I’d seen something centuries old. An American is only as old as his years. A long line of something was hidden behind the bright eyes of those Italians. And then and there I decided to learn something of the modern world. There was something abroad which we Americans couldn’t see or wouldn’t understand. But unless we made some attempt to realize that everyone in the world isn’t American, and that not everything American is good, we’d all perish together, and in this twentieth century.
Qui si coglie la “resa” del tenente Burns, del suo cuore spezzato, e si rileva inoltre come egli da conquistatore si arrende e passa a essere conquistato.
Questa apertura alla cultura “altra”, quella napoletana, è forse un’espressione di quella che si chiama gay sensibility? Se ne parla molto oggigiorno; c’è chi cerca di definirla e c’è invece chi non ne riconosce l’esistenza. La mia posizione è agnostica. Quello che mi sento di asserire è che la sensibilità di Burns, dovuta forse anche alla sua omosessualità, gli ha permesso di avvertire meglio il disagio e le sofferenze degli statunitensi e dei napoletani, uomini e donne a Napoli nel ‘44. Uno scrittore privo di questa sensibilità, e immagino sia il caso di Malaparte che di Lewis, ha più difficoltà a entrare in empatia con le sofferenze di un popolo sconfitto e con gli espedienti cui esso ricorreva per sopravvivere? Se sì, si può chiamare questa una sensibilità gay?
Il libro di Burns, in ogni caso, starebbe stretto nella sezione gay delle librerie, perché copre un’area molto più vasta. La compassione di Burns per le popolazioni che soffrono gli effetti della guerra in Africa e a Napoli lo spinge su posizioni politiche piuttosto esplicite. Quando egli, raccontandosi nel libro, dà voce al proprio disagio davanti alla miseria e alla sofferenza dei bambini arabi, si sente rispondere da una recluta dell’esercito americano:
You’re arriving at the focus of the modern world. People are killing one another right and left. The newspapers don’t say why. It’s very simple. There’s an unfair distribution of the world’s goods… We’re heading either for world socialism or complete destruction…
The Gallery è pieno di riferimenti critici alla cultura, alla politica, all’ideologia e alla mentalità degli Stati Uniti. Il libro si apre con una citazione, in epigrafe, da Euripide: “How are ye blind, ye treaders-down of cities!” Le ultime due Promenade sono saggi critici, o forse meglio definirle filippiche sulla politica, la cultura e la mentalità statunitensi. E questo dimostra quanto l’esperienza napoletana di Burns abbia contribuito a mutare la sua visione della propria patria. Gratta uno statunitense di sinistra e spesso trovi il patriota deluso. Burns, alla sua maniera sentimentale, è quasi un prototipo di questo meccanismo politico-psicologico:
I remember that my heart finally broke in Naples. Not over a girl or a thing, but over an idea. When I was little, they’d told me I should be proud to be an American. And I suppose I was, though I saw no reason to applaud every time I saw the flag in a newsreel. But I did believe that the American way of life was an idea holy in itself, an idea of freedom bestowed by intelligent citizens on one another… I found that… Americans were very poor spiritually… Therefore my heart broke… I saw that we could prate of the evils of fascism, yet be just as ruthless as Fascists with people who’d already been pushed into the ground. That was why my heart broke in Naples in August, 1944.
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