Motivazioni Finalisti Premio Napoli 2019

Narrativa

“Carnaio” di Giulio Cavalli, Fandango Libri

Impossibile non evocare, per Carnaio di Giulio Cavalli, la definizione di “romanzo politico”, affidato com’è a una visionarietà da “oggi già possibilmente distopico” per una narrazione che sembra costruita avendo presente linee politiche consolidate e istanze legislative attuali.
Tutto accade quando, a partire da un 15 marzo, al porto di DF (omaggio toponomastico a Bolano) si registra un’inspiegabile invasione di cadaveri “stranieri” di ignota provenienza che tocca in pochi giorni i trecentomila, ma i cui reciproci «margini di differenza sono al massimo di due centimetri nella altezza, di un etto nel peso, tutti di identica massa muscolare con un margine di nemmeno un centimetro nella circonferenza».
Un problema ignorato dallo Stato, con conseguente decisione del sindaco di costituirsi in Stato autonomo, con costruzioni di barricate e muri, anche per difendersi dall’invasione d’una stampa considerata nemica, e clima da legge marziale; ma pure con invidiabile quanto precaria realtà economica costruita su quel «carnaio portato dall’onda».
Un romanzo racchiuso tra immagini memori della tradizione narrativa – il Manzoni della diffusione della peste e della paura da contagio tra cittadini, così come il Testori degli Angeli dello sterminio; coi quali colloquia il Saramago di Cecità -, distribuito in tre parti – I morti, gestita in terza persona; I vivi, parte giocata sul monologo nel quale Cavalli è maestro a teatro e dalla oralità che resta spontanea anche nella scrittura; e una terza breve: La fine – che ricorre a una scrittura in crescendo di durezza e persino ferocia, a tratti iperbolica, nella quale macabro e grottesco si scambiano, ma anche si sommano, come la più adatta a sottolineare la mascherata ferocia d’una mentalità. E dove però il sarcasmo virulento d’una denuncia sempre tenuta sul piano narrativo non dimentica la pietas.

“Il Vesuvio universale” di Maria Pace Ottieri, Einaudi

Maria Pace Ottieri con “Vesuvio universale” ci guida entro un territorio reale fatto di natura e di umanità con i più affilati strumenti della narrativa. A metà tra diario di viaggio e inchiesta letteraria, il suo libro esplora il gigante silenzioso e temibile del Vesuvio e lo racconta soprattutto attraverso le storie dei suoi abitanti e quindi dei suoi insediamenti umani, tracciando così un complesso e profondo ritratto della relazione tra società e natura. Un viaggio che ha come fulcro prevalente il presente ma che non può non imbattersi e confrontarsi con il passato, con sezioni più o meno remote della presenza umana che via via si trasforma da vittima in carnefice del vulcano, abitandolo secondo uno spericolato e a tratti folle disegno. I resti umani delle antiche eruzioni e le scelleratezze economiche e finanche criminali degli ultimi anni segnano nel libro della Ottieri il percorso della civiltà su quella silente minaccia eruttiva, una presenza fitta e rocambolesca che ci viene restituita dagli incontri e dalle interviste del suo lungo lavoro di ricerca. In questa esplorazione, la storia del Vesuvio diventa pian piano storia esemplare delle mutazioni antropologiche e sociali del Meridione trainate dallo sviluppo economico, ma anche consolidata relazione con la sua potenza distruttiva da parte di quella scienza che ne osserva il sonno e ne pianifica un’eventuale, complicata, evacuazione. Ma al di là della storia e della ricerca sul campo, nel libro della Ottieri il Vesuvio diventa incarnazione dell’eterno rapporto dell’uomo con il mistero della vita e della morte, bocca di una natura temibile eppure dispensatrice di fertilità e che, in tal senso, si staglia sulla città come metafora universale.

“L’uomo che trema” di Andrea Pomella, Einaudi

Se è vero che leggiamo romanzi per dilatarci attraverso i pensieri ed i racconti altrui, Andrea Pomella con L’uomo che trema offre al lettore l’occasione di ingrandirsi parecchio, perché ci narra il racconto di un’anima reale, messa completamente a nudo – come sarebbe la nostra in una situazione simile – a causa di una vasta, lunga e profonda depressione. La storia è in forma di autobiografia di un segmento di vita vissuta, ricordata, esplorata nel detto e nel taciuto, nel visibile e nel nascosto. Un tuffo, insomma, in una persona che potremmo essere noi.
In più Pomella ci mette, al di là ma al servizio del contenuto, una lingua chirurgica, scorciata e diretta che va sempre per la via più breve al punto. Non pratica le ombre, ma il taglio netto è questo aiuta la lettura facendola scampare al rischio del gratuito e all’eccesso di colore. C’è insieme, insomma, l’immediatezza e la distanza che la materia pretende se è vero, prendendolo dal testo, che la depressione è il guardare la vita da una tale distanza che tutto si perde tranne un irrilevante puntino, proprio te stesso con l’ infinita quantità di irrinunciabili dettagli.

Poesia

“Le cose innegabili” di Nanni Cagnone, Avagliano

Poeta della distrazione del significato, refrattario a qualsivoglia domesticazione di scuola o di collegio e immune dagli affanni teorici, Nanni Cagnone è fautore dell’abbandono della pretesa stilistica e però praticante di uno Stile Alto per amore delle cose ordinarie e dei comuni luoghi; ed è uno dei maestri reconditi delle nostre stagioni penultime e ultime, che ha attraversato su rotte di progressivo allontanamento dai canoni del moderno. Il dichiarato amore per l’Antico non ne fa però un sacerdote dei valori fondanti del Mito né un inquilino d’Arcadia. La parola poetica è oggi, più che mai, per forza disvelante del Vero e in contrapposizione alla chiacchiera dei persuasori di professione, discorso politico, e tuttavia il poeta Cagnone sa di non essere più abitante della polis, un tempo supremo luogo dialogico; di essere piuttosto ospite di un mondo ulteriore e in qualche modo postumo all’Umano, nel quale la duplice avventura della luce e del buio, della luminosa visione e dell’oscuro sperdimento del senso, risolvono in duplice malinconia discorde (titolo di un suo memorabile libro in prosa di qualche anno fa). In quest’opera, intelligenza degli accadimenti e comparsa di figure nuove sfocano sulla superficie di un mondo che si ritrae, ormai estraneo al suo suprematico abitatore; al quale non resta che accarezzare, in sforzo percettivo, l’opacità degli oggetti e dei luoghi: le cose innegabili. Poesia politica, pertanto, ma in un senso distante dall’accezione corrente tra i molti praticanti che s’illudono di farne facendo sociologia.

“I passeri di fango” di Francesco Nappo, Quodlibet

Autore appartato, giunto al terzo titolo ma nuovo al pubblico della poesia come fosse un tardivo esordiente sorprendentemente maturo, Francesco Nappo è poeta da ascrivere a una tradizione orfica, minoritaria in un tempo quale il nostro, dominato da quella che Giorgio Agamben dice la linea elegiaca montaliana e continiana, improntata all’orizzontalità degli atteggiamenti discorsivi e alla descrizione. Nei suoi versi risuona piuttosto il canto di Dino Campana e di Georg Trakl, al quale è non a caso intitolato il trittico che apre il libro; la sua dimensione è la verticalità, evocata già nel titolo dell’opera e nel miracoloso volo d’uccelli riportato nell’epigrafe, tratta da un episodio dell’infanzia di Gesù presente nel vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo. La lingua di Nappo è inattuale, il lessico raro; e tuttavia non vi è traccia, nei suoi versi, dell’atteggiamento aristocratico e contestativo dei grandi e maledetti “poeti sublimi” del ‘900 italiano, quali Tommaso Landolfi e Carmelo Bene. La sua è piuttosto una declinazione attuale del “sermo humilis” su cui riflette Padre Dante nel De vulgari eloquentia, un riuscito tentativo di tradurre in poesia accessibile –ma non sciatta, o corriva– contenuti altamente ineffabili. I contenuti di Nappo sono quelli della tradizione orfico-innica: la lode e il compianto. Non a caso l’intenzione stilistica di questo autore mescola l’italiano e il napoletano con efficacia, come non succedeva dai tempi delle mitiche Boîtes di Salvatore Di Natale (Einaudi, 1984).

“Le nuvole e i soldi” di Tiziano Scarpa, Einaudi

Tiziano Scarpa alterna, in questo libro che prosegue, a diciotto anni di distanza, le cosmicomiche ecolaliche dell’esordio Nelle galassie oggi come oggi, firmato con altri, la poesia lineare e le tavole verbo-visuali, le quali mostrano, sul fondale di frasi che si ripetono uguali e ipnotiche come mantra, la sovrapposizione di un vario e frammentato conversare con una moltitudine di vivi e di morti. Nei versi e nelle tavole si rapprendono racconti personali e impersonali, minime vicende e fatti epocali; e un coro di voci che rimanda alla tradizione, neoavanguardista, delle vociferazioni sanguinetiane. Accanto ad un soggetto sventato e sveltamente ironico, impegnato in un corpo a corpo coi detriti memoriali di un’intera esistenza, prendono la parola, di volta in volta, la sociologia e l’economia, l’astronomia e la geologia, la zoologia e la meteorologia, che in stralunati teatri si alternano e si accavallano alla rinfusa. La lingua di questo poeta è lontanissima dal poetese: il lessico è quello del linguaggio d’uso, il progredire delle frasi è inapparente; niente metafore e altre figure retoriche. L’urgenza del dire lo porta, piuttosto, a impugnare la lente d’ingrandimento e a tuffarsi letteralmente nelle parole, che nel precipizio della lunga sequenza finale si fanno soggetto che scrive il soggetto, materia che agisce la psiche individuale dopo averla spossessata della sua possanza in ragione di superiori forze: quella di tutti i morti che ci hanno preceduto; quella, ancestrale e più antica, dello scatto linguistico originario che accese nel primo sapiens la scintilla del pensiero.

Saggistica

“La dotta lira” di Paolo Isotta, Marsilio

Il saggio di Paolo Isotta, La dotta lira. Ovidio e la musica, costituisce uno straordinario viaggio nelle regioni più affascinanti dell’immaginario occidentale. L’autore conduce il lettore, con eleganza mirabile e con una competenza strabiliante, in mezzo ai miti che dal poeta di Sulmona arrivano ai musicisti e agli scrittori contemporanei. Nessun autore ha mai avuto tanto influsso su pittori, letterati o artisti. Da Poliziano a Strauss e D’Annunzio, da Monteverdi a Berlioz e Offenbach, da Cherubini a Liszt le storie delle Metamorfosi e delle Eroidi costituiscono un patrimonio di destini sconvolti, una mappa di amori furiosi e insanabili che la musica di ogni tempo ha provato a restituire attraverso il proprio linguaggio e le proprie forme. Il conoscitore della cultura classica e il raffinato interprete della musica si tengono insieme nella personalità di Paolo Isotta e regalano a chi legge la possibilità di esplorare un cammino che finora non era stato mai attraversato con tanta ricchezza e competenza.

“La funesta docilità” di Salvatore Silvano Nigro, Sellerio

Dietro l’ossimorico titolo, La funesta docilità, si cela l’ossessivo senso di colpa che Manzoni si porta appresso dal suo aver assistito, senza intervenire, al linciaggio del Ministro delle Finanze Prina. Un senso di colpa che Salvatore Silvano Nigro segue passo passo nei tentativi manzoniani di lavacro attraverso la scrittura, rivisitando il Prina attraverso Renzo: dalla sua presenza agli assalti della folla, alla sua fuga da una folla inferocita urlante «dagli all’untore», e però salvandolo sul carro dei veri malvagi di quella Milano appestata.
E lo fa attraversando scritture epistolari, ricostruzioni narrative, rivisitazioni critiche, ricreazioni in forma di immagine di momenti della storia biografica, narrativa, illustrativa e bibliografica di don Lisander, sino agli ultimi suoi giorni conseguenti alla caduta in piazza San Fedele. Un Nigro in fittissimo dialogo con Grossi, Porta, Rovani, la stampa dell’epoca, ma pure col film di Camerini e i pittori secenteschi e novecenteschi, con Manganelli ed Elvira Sellerio; e con Sciascia e la sua «lettura illegale» dei Promessi sposi: il «libro più inquietante» della nostra letteratura che, «scritto da un fervente cattolico», si dà come «il libro della laicità italiana»; e incrociando di continuo i Promessi sposi sia con la Colonna infame, e sia col parallelo e dialogante romanzo per immagini. E con un procedere espositivo nel segno dell’«essere saggista nel racconto e narratore nel saggio».

“Quando c’era l’URSS” di Gian Piero Piretto, Raffaello Cortina

Gian Piero Piretto viene selezionato dalla giuria tecnica per avere rappresentato la storia culturale dell’Unione Sovietica nella molteplicità delle forme attraverso le quali si espresse, senza tralasciarne alcuna: dalla letteratura al cinema, dalla fotografia alla radio; dalla pittura alla scultura; dall’architettura alle scienze; dalla pubblicità commerciale alla propaganda; dalla moda alla gastronomia; dalla musica colta alle canzoni popolari.
Attraverso una capillare ricerca delle fonti ed un apparato iconografico di rara bellezza,
Piretto, nel suo libro Quando c’era l’URSS, ci offre un perfetto saggio antropologico sull’homo sovieticus, privo di ogni giudizio precostituito, condotto con profonda pietà per le vittime e grande attenzione per i protagonisti di un’esperienza storica che comunque la si voglia considerare, ha rappresentato e continua a rappresentare un evento della Storia con cui è impossibile non confrontarsi.