“Spazi di traduzione: radici e rami” di Camilla Miglio

1. Radici: tradurre spazi

Il tradurre, atto e come figura di pensiero dello spostamento (ma anche della metamorfosi) segna con la sua presenza i grandi passaggi culturali. La vicenda di Babele, intesa canonicamente come maledizione e perdita dell’unità, o nelle interpretazioni più moderne come benedizione e occasione di accesso alla storia della diversificazione, e cioè alla libertà, indica in entrambe le accezioni del mito la presenza di un sostrato linguistico assodato. Si tratta della lingua di Adamo, di cui sentire nostalgia per recuperare l’antica innocenza, o da cui staccarsi per accedere all’esperienza. E in entrambe le accezioni del mito, la percezione dello spazio è determinante: gli uomini di Babele vengono sparsi per il mondo. Come sono mandati per il mondo nell’episodio che nel Nuovo Testamento proprio a Babele risponde: Pentecoste. I soggetti parlanti – dopo Babele o dopo Pentecoste – “trasportano” una o più lingue e con esse occupano porzioni di mondo.
Tradurre apre sin dall’etimologia la questione dello spazio. La radice translinguistica della parola risale al latino transducere, transferre. Trasferire da un luogo all’altro, da cui translate, übersetzen, übertragen, traduire, tradurre. Secondo diverse gradazioni semantiche, è presente nel lemma il senso di uno spostamento e di un trasporto di un oggetto che si suppone stabile e persistente in sé. Questa concezione antica, linguisticamente fondata nel suo essenzialismo, possiede una sua evidenza che ci porta a immaginare la traduzione come dislocamento e deterritorializzazione di un oggetto-testo, come traduzione culturale. Tale adattamento comprende, è ovvio, una modificazione necessaria per innestarlo da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, ma resta certa della stabilità di un nucleo di significato “trasportato”.
Questa idea di trasporto nello spazio, quando si parla di poesia, mostra tutti i suoi limiti. Tradurre poesia non è trasferirla, ma ri-produrla altrove. Più che di traduzione si può forse parlare di produzione di spazi. La produzione di spazi implica la presenza attiva di uno o più soggetti dentro l’azione, e non di un oggetto che subisce l’azione, il trasporto. Il soggetto sarà un soggetto interpretante.

2. Ancora radici: produrre spazi

Pensiamo a un testo inaugurale del passaggio dall’evo antico a quello cristiano. Nel prologo al Vangelo di Giovanni, un canto forse composto a più mani, e ricucito evidentemente da dita di poeta, ricorre la parola tradurre in una che lascia traccia dello spazio di provenienza nel testo d’arrivo. Ragioniamo su tre citazioni ben note, ma forse non abbastanza considerate secondo una teoria della traduzione come spostamento culturale, fondante:

 

Giov 1, 38 Rabbì, (o lèghethai ermeneuòmenon, didàskale)
Interlineare: Rabbì, che si dice tradotto maestro
Vulgata: Rabbi (quod dicitur interpretàtum)
Lutero: Rabbi (das ist verdolmetscht, Meister)
Concordata: “Rabbi”, che tradotto significa Maestro
Società biblica di Ginevra: Rabbì (che, tradotto, vuol dire Maestro)

Giov, 1, 41: Messìas, o estì metermeneuòmenon o Christòs
Interlineare: Messia, che è tradotto Cristo
Vulgata: Messiam (quod est interpretatum Christus)
Lutero: Wir haben den Messias funden (welches ist verdolmetscht: der Gesalbte).
Concordata: Messia che tradotto significa il Cristo
Società biblica di Ginevra: Messia” (che, tradotto, vuol dire Cristo)

Giov, 1, 42
Kùphas, o ermenèuethai Pètros
Cefa, che si traduce Pietro.
Interlineare: Cefa, che si traduce Pietro.
Vulgata: Cephas (quod interpretatur Petrus).
Lutero: Kephas heißen (das wird verdolmetscht: ein Fels).
Concordata: Cefa, che vuol dire pietra
Società biblica di Ginevra: Cefa (che si traduce “Pietro”).

 

Occorre tre volte il verbo ermeneuein, tradurre inteso come come “interpretare”, spiegare, mediare ad altri. Nell’ermeneuein è compresa l’idea di un destinatario. Giovanni determina così il suo compito di traduttore. Rende interdiscorsivo il suo messaggio, dona a parole fondanti come Maestro, Messia, Pietro, una plasticità linguistica. Didaskalos, Cristos, Petros sono corpi che gettano sulla pagina la loro ombra antica, la loro voce aramaica: Rabbì, Messias, Cuphas. Questo testo si pone così tra i momenti culturali fondativi del tradurre: contro-narrazione del babelico disperdersi della lingua unica in idiomi incomunicanti, proclama la possibilità, tutta umana ancorché divinamente ispirata, di comunicare tra lingue e spazi diversi.
La radice greca vive nelle accezioni tedesche e romanze di interpretare e dolmetschen. Porta con sé un ruolo attivo, performativo, interpersonale. Dolmetschen in tedesco è un forestierismo derivato dall’ungherese tolmács, derivato a sua volta dall’ottomano dilmaç. Non è difficile riconoscere in questa matrice la traccia di relazioni transnazionali: l’attività degli interpreti che accompagnavano i commerci economici e politici nell’area centro orientale d’Europa, dall’Eufrate al Danubio, seguendone l’innesto nell’ungherese e nelle lingue slave (serbo тумач/tumač, polacco tłumacz, ceco tlumočník, russo толмач). Da Lutero in poi dolmetschen sarà un lavoro di continuo chiarimento, creazione di una lingua che non trasporti, ma crei una fede consapevole, una lingua che sia in sé parola sacra. Resta centrale la figura del mediatore (non il mercante né il diplomatico ottomano), ma il pastore-predicatore-interprete della parola, come soggetto creatore di chiarezza e logos. Forse per questo l’evangelista preferito da Lutero era proprio Giovanni.
La presenza umana, del soggetto parlante e attivo, è più evidente nell’accezione del tradurre ricompresa in ermeneuein. Il destino ha voluto che l’uso corrente ne rovesci i valori. Interprete è oggi il mediatore delle relazioni e delle comunicazioni immediate, che deve far passare nel più breve tempo possibile il messaggio, è un “trasportatore” molto veloce, tanto più bravo quanto meno meccanico sarà il suo trasporto quanto più intelligente sarà il suo adattamento. Il patto è però quello di non “creare “ nulla nuovo.

 

3. Tradurre e produrre spazi in poesia. Rami

Con in mente le radici del discorso sul e del tradurre ci volgiamo alla poesia, pensandola come una forma estrema di traduzione, che mette a testa in giù tutte le nostre categorie d’orientamento.  Pensiamo il traduttore-poeta come qualcuno che non guardi alle radici, quanto piuttosto ai rami di un grande albero. Lo suggerisce un poeta traduttore, Paul Celan, nei Microliti (edizione italiana da Zandonai).
In un “microlito” leggiamo: “Non dalla radice, che non possiamo più percepire, ma dai rami protesi nel tempo – lontani dalla radice […] ricaviamo il vero fondamento ”.
Tra ramo e ramo, gli spazi. I versi, come gli spazi bianchi, hanno una loro “occupabilità” (Besetzbarkeit) . Da questa continua possibilità di “occupare” (ecco lo spazio) gli spazi bianchi e “riattualizzare” la scrittura (ecco il tempo) Celan deriva un nuovo concetto della poesia come versione interlineare:
La poesia, come già detto, vuole essere compresa, si offre come versione interlineare. [...] La poesia in quanto poesia porta con sé la possibilità della versione interlineare, realiter und virtualiter; in altre parole: la poesia è, in un modo tutto suo, occupabile. […] Non intendo gli spazi bianchi tra verso e verso; Vi prego di rappresentarvi questi spazi bianchi nello spazio – nello spazio e nel tempo. Nello spazio e nel tempo dunque, e, vi prego, sempre in relazione con quella poesia.
Ci sono opere che non “raffigurano” spazi ma li creano, spazi non esistenti prima, spazi bianchi. In questo senso la poesia è dicibile come traduzione-interpretazione, dinamica ripetizione e rilettura del testo, nello spazio e nel tempo. Le parole di Paul Celan fanno da viatico a chi voglia pensare alla traduzione come a una poetica che mette in movimento il linguaggio (si veda l’importante saggio di Friedmar Apel, Il movimento del linguaggio, edito da Marcos y Marcos), e in questo movimento modifica lo spazio, lo crea, lo accoglie.

Questo testo in versione leggermente modificata e più ampia è apparso su “Semicerchio”. Rivista di poesia comparata, “Tradurre in Europa”  XLV/II (2011)

 

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-> DECRETO LEGISLATIVO "TRASPARENZA", 14 marzo 2013, n. 33

-> Piano triennale di prevenzione della corruzione (P.T.P.C.) 2016-2019

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